Oltre a vincitori e perdenti il voto lascia sul campo molte domande aperte…

(Mario Berardi)

Il voto nelle grandi città ha diviso la coalizione Draghi tra vincenti (il Pd di Letta) e perdenti (il M5S di Conte, la Lega di Salvini). Per contenere le fibrillazioni il premier ha varato in Consiglio dei ministri un “Documento programmatico di bilancio” che tiene conto delle esigenze dei due partiti: riforma-soft delle pensioni (quota 102) per la Lega, riconferma (con modifiche) del reddito di cittadinanza per i pentastellati.

Con questo “soccorso” agli ex alleati giallo-verdi Draghi si conferma insostituibile alla guida dell’Esecutivo: cresce la spinta per la sua conferma a Palazzo Chigi sino al 2023, con la rinuncia al Colle; di rimbalzo riprendono quota le ipotesi di un Mattarella-bis o di una soluzione “terza” con la ministra Cartabia, la presidente del Senato Casellati, il centrista Casini… Peraltro nell’attuale Parlamento (eletto nel 2016, un’altra epoca politica) grillini e leghisti sono le due maggiori forze.

Le urne hanno “massacrato” i grillini, riaprendo le ostilità interne. Hanno perso Roma e Torino, con risultati ai minimi termini in tutto il nord e senza exploit al sud; Conte persegue l’alleanza con il Pd, ma ora è in condizioni di subalternità; Grillo propone le “mani libere”, ovvero l’opposizione. Anche nella Lega crescono le divergenze tra l’ala governativa (i ministri, i governatori) e la posizione “di lotta e di governo” di Salvini: è la scelta del leader a essere in discussione, perché il nord leghista dei piccoli imprenditori e artigiani si riconosce piuttosto nelle indicazioni del presidente della Confindustria Bonomi, grande sponsor di Draghi.

La sconfitta del centro-destra, come ha ammesso in tv Giorgia Meloni, ha tuttavia le sue radici più profonde nella divisione della coalizione su tre posizioni nei confronti del Governo e delle sue scelte, dall’Europa ai vaccini, dalla politica economica ai migranti. Berlusconi, prima del voto, aveva previsto l’inadeguatezza dei due belligeranti, Meloni e Salvini; ora la leader di Fratelli d’Italia propone un incontro urgente a tre; ma la soluzione appare lontana perché Lega e Forza Italia non possono seguire la Meloni all’opposizione: perderebbero la base elettorale.

Nel centro-sinistra, il segretario PD Letta è giustamente soddisfatto per la conquista di cinque capoluoghi di Regione su sei (Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli). I Dem sono stati premiati per le scelte locali e per la collocazione nazionale a pieno sostegno del governo; ora Letta si propone di guidare una larga coalizione, dai pentastellati ai centristi; ma Calenda e Renzi si oppongono a intese con Conte; anzi Italia Viva ha proposto a Berlusconi un nuovo centro, anche con parte del Pd, ma Forza Italia ha rifiutato, ricollocandosi nel centro-destra.

Il voto amministrativo, inequivocabile, deve far riflettere i partiti su un altro elemento inquietante: il boom dell’astensionismo, con appena il 43% di elettori; è solo un fatto locale o invece è la spia di un malessere generale, di una disaffezione profonda? I partiti dovrebbero dare la priorità a questo disagio che indebolisce le istituzioni democratiche. Inoltre la presenza di milioni e milioni di persone “indecise” rende fragili gli stessi sondaggi sulle intenzioni di voto, perché esprimere una preferenza al telefono è cosa diversa dell’andare fisicamente a votare.

La società italiana, dopo due anni di pandemia, attende la ripresa e il ritorno alla normalità, confidando nello sviluppo consentito dagli aiuti europei; anche per questo elezioni anticipate sarebbero un trauma, una rottura con le esigenze popolari. La politica, piuttosto, potrebbe utilizzare i 18 mesi che ci separano dalla scadenza naturale della legislatura per affrontare i limiti oggettivi del bipolarismo all’Italia; dopo trent’anni vale ancora lo schema dello scontro Berlusconi-Prodi? Dovremo assistere ogni giorno a coalizioni “forzate”, litigiose, come i Centristi contro i Grillini, i Sovranisti contro gli Europeisti?

Nei fatti la formazione di un Governo di unità nazionale, imposto dall’intelligenza politica di Sergio Mattarella, è la smentita più netta alla logica bipolare. È uno stato di necessità o piuttosto esprime la convinzione dell’esaurimento della Seconda Repubblica e dell’urgenza di una nuova fase?

La recente vicenda tedesca, con il prossimo passaggio, indolore, dal Governo Merkel a una coalizione tricolore (socialdemocratici – verdi – liberali) conferma che il sistema proporzionale, con sbarramento al 5%, funziona pienamente.

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