Prima Lettura Is 49,3.5-6

Salmo Responsoriale Dal Sal 39 (40)

Seconda Lettura 1 Cor 1,1-3

Vangelo Gv 1,29-34

(elisabetta acide) Ancora una parola che esce dalla bocca di Dio (prima lettura): Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”. Il profeta (secondo Isaia) in questi capitoli del “libro della consolazione” (49-55), ha un “respiro” universalistico: “luce delle nazioni”.

All’allontanamento, all’oppressione, all’ “esilio spirituale”, la sfiducia,la percezione dell’abbandono  da parte di Dio,si contrappone, per voce del profeta una “nuova missione”.

Il Signore rassicura: “Mio servo tu sei, Israele,sul quale manifesterò la mia gloria».Ora ha parlato il Signore,che mi ha plasmato suo servo dal seno materno” : un “amore” come quello di una mamma amorevole e premurosa che ha visto germogliare nel suo seno la creatura, una Alleanza che si è stretta come un patto d’Amore, in Dio generatore e creatore di Amore non può “dimenticare” né le promesse, né le creature.

Il “servo” che ha sofferto, viene “innalzato”, “consolato”, “salvato”. Una “vocazione”, una “chiamata”, da quel “seno materno” affettuosamente curato e pensato, per la manifestazione della gloria di Dio.

Una esistenza “vocata”, gratuita, generosa, che accompagna la conversione, che sancisce le promesse, che assicura “il ritorno” per la missione nuova: suscitare tra i popoli l’ ammirazione delle grandi opere di Dio, del Dio salvatore,liberatore,fedele, giusto, che non dimentica.

Uomo di Dio plasmato per radunare,per restaurare e ricondurre.

Il progetto di Dio realizzato.

Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui” Un inciso non trascurabile. (Vangelo)

Giovanni “vede” “venire”.

Due verbi che raccontano “la vista” e “il cammino”.

Viene Gesù incamminato con gli altri uomini e lo sguardo di Giovanni è sguardo di futuro.

Presente e futuro su quella riva del fiume Giordano.

Quel “servo” che ricordiamo ha la stessa denominazione in aramaico, ci pare quasi di “sentire” la voce di Giovanni che riecheggia: ecco l’ “agnello” (tal’ya), a volte anche tradotto come figlio.

Proprio come quell’ “Agnello” utilizzato da S. Giovanni nel suo vangelo,fatto esclamare dalla voce di Giovanni Battista: “Ecco l’Agnello”.

“Ecco”: qui, ora, adesso.

Giovanni lo indica a coloro che sono lì con lui, a coloro che sono lì per lui, a coloro che sono lì per il battesimo dell’acqua, di conversione…

Gesù “arriva” e lui “indietreggia”… non sbagliatevi, non sono io… “ecco”, è qui, è giunto.

Giovanni presta la sua voce per l’annuncio:quella eco del profeta diviene realtà: “per restaurare le tribù di Giacobbe”.

“Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”.

L’Agnello-Servo per il mondo.

Servo-Agnello per togliere il peccato.

L’orizzonte della missione di Gesù annunciato dal Battista, pre-annunciato da Giovanni in quel prologo del su Vangelo.

L’agnello sofferente che prende su di sé tutti i peccati di tutti.

Del mondo.

E Giovanni ne è testimone, non si tira indietro, annuncia: “Io ho visto e ho reso testimonianza che questo è il Figlio di Dio”.

Stesse parole di Dio:

“Questi è mio Figlio”

“Questi è il Figlio di Dio”.

E con la voce di Giovanni Battista viene annunciato il “definitivo” inviato di Dio, che ha in sé l’effusione dello Spirito Santo e che diviene “Presenza” di Dio con l’uomo.

Ho contemplato lo Spirito discendere  su di lui come una colomba dal cielo e rimanere su di lui”.

Giovanni, quell’uomo che vestiva peli di cammello, che si cibava di locuste, che viveva in quella zona del Giordano “vede” e “annuncia”: Gesù è l’Agnello,è il Figlio di Dio, ha lo Spirito in Lui.

L’annuncio cristiano con voce stentorea, l’annuncio per la missione: Gesù è l’Agnello che prenderà su di sé  il peccati del mondo.

Il Battezzatore: uomo-testimone di quell’Agnello di quel Figlio di Dio.

Giovanni identifica la “missione” di Gesù ed invita all’ascolto della sua persona.

Dalla “conversione” allo Spirito.

A Giovanni non importa essere profetico e battezzare, ma di “annunciare”: dall’immersione nell’acqua all’effusione dello Spirito per mezzo di Cristo.

Un uomo “attento”: “ecco colui che toglie il peccato del mondo!”. Non usa il plurale Giovanni nel suo annuncio, usa la formula “il peccato”.

Dobbiamo “interrogarci” su questo peccato?

Credo sia chiaro a tutti:Giovanni esorta ad “avere fiducia” nell’Amore di Dio.

Quell’Amore che ha detto: Questi è mio Figlio, è lì su quella riva del Giordano, è lì con uomini e donne, è lì per voi, Amore Incarnato, è lì per prendere i vostri peccati e liberarvi dal peccato e dalla morte.

Giovanni Battista mette in guarda, ma lo stesso Giovanni Evangelista lo sottolinea per bocca del Battista: guardatevi dal quel peccato di incredulità, di disperazione, di sfiducia…

Gesù “toglie” il peccato, non lo mitiga, non lo sostituisce, non lo cambia… lo “toglie”: toglie perché lo prende su di sé, lo porta sulla croce, entra nel sepolcro e risorge.

Per Amore.

Pur puro, gratuito, disinteressato, incommensurato, immenso…solo Amore.

Amore senza misura per “misurare” l’Amore.

Giovanni è testimone e “passa il testimone”: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.

Dio ama tutti, Dio ama anche se peccatori, Dio ama soprattutto se peccatori, ama di più, toglie di più.

“Toglie” amando e “Amando” toglie.

Ama, toglie e dona Luce.

Non sono la luce… Lui è Luce.

E vi chi dite chi io sia?

San Giovanni evangelista è straordinario, all’inizio del suo Vangelo già “spoilera” chi è Gesù, e lo mette nella voce di Giovanni Battista: Gesù è il Figlio di Dio.

E vi chi dite chi io sia?

Amore Incarnato.

E voi chi dite chi io sia?

Uomo-Dio.

E vi chi dite chi io sia?

Solo una risposta: Amore

E le parole del Salmista (Salmo) fanno “cantare il cuore” con un “canto nuovo”: “Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido”.

“Ho sperato”.

Il canto del “futuro”: “gli orecchi mi hai aperto,non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: “Ecco, io vengo”,
senza olocausti né sacrifici,il culto del cuore.

L’ascolto di Dio e l’ascolto obbediente dell’uomo.

Promessa, attesa, speranza, certezza, salvezza.

La volontà dell’Amore.

Quella “volontà” che chiama, come lui stesso afferma, San Paolo all’apostolato (seconda lettura), proposta nella liturgia con gli introduttivi 3 versetti e caratterizzata da un “anelito pastorale” ammirevole da parte dell’ “apostolo delle genti”.

Lo scritto, composto verso l’anno 57, nelle festività pasquali, (cfr. At. 18; 1 Cor 5,6- 8; 16, 8) ci offre uno “spaccato” di vita parrocchiale (per alcuni versi molto “contemporaneo”).

Corinto è anche una città diremmo cosmopolita, culturalmente ricca e variegata, centro di variabili sociologiche e religiose, di scambi commerciali e “contaminazioni” religiose che forse creano un po’ di quella che noi oggi potremmo chiamare “lassezza” morale, forse “corruzione”… e il frazionamento in gruppuscoli, la “divisione”, il pluralismo che però non crea unità ed unione ma differenze e predominanze… e san Paolo prova,con l’accorato appello che nasce non solo dal “rammarico” ma dall’amore che ha per la comunità e per Cristo, di offrire una “traccia pastorale”.

Interessante lettura anche e soprattutto per i cristiani di oggi che si avvale di un saluto bellissimo, che forse a volte anche le comunità dimenticano: “grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!”.

Il Saluto di Cristo Risorto.

Pace.

Grazie e pace.

Utilizza la lingua greca e quella ebraica.

L’ “apostolo” ha delle “credenziali”: è apostolo di Cristo Risorto portatore di pace e ricorda alla comunità la “chiamata”: “a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata”.

La “chiamata” di tutti di battezzati nel “nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”… “chiamati” a percorrere la via della santità… a camminare come Gesù su quelle strade verso il Giordano con uomini e donne “in fila”, immersi nell’umanità per essere “santificati”.

La “via”…

San Paolo “chiamato” su quella via e “mandato” per “condurre”, in “missione”.

San Paolo chiama la comunità di Corinto “Chiesa di Dio”.

Convocati, chiamati…

Santi per chiamata”…: dono e vocazione, impegno e appartenenza.

Proviamo a “meditare” come Chiesa e come “comunità”, come “parrocchia” (secondo questa affezione particolare che san Paolo riserva alla “Chiesa di Dio che è a Corinto”) siamo “comunità di pace”, siamo “annunciatori” della pace di Cristo? Sappiamo vivere la chiamata al “bene” ed alla pienezza di vita che Cristo ha portato con la sua morte e risurrezione?

Sappiamo come ricorda san Paolo “rendere grazie” (in greco eucharìstéō), cioè fare Eucaristia, comunione con quella grazia (Cháris) fatta di relazioni umane, di cura, di perdono, di benevolenza?

Proviamo a “riscoprire” la meraviglia della “chiamata” di Cristo e forse proveremo ad apprezzare la meraviglia della comunione.