Partiti preoccupati dalle elezioni in un Paese sempre più diviso

(Mario Berardi)

Romano Prodi, il padre dell’Ulivo, torna in campo e corregge a Bologna, alla festa de l’Unità, la linea di Enrico Letta: priorità al sociale per rilanciare il Pd (fermo nei sondaggi alle cifre di Zingaretti: 18-20%), ovvero lavoro, casa, scuola, sanità; il modello proposto è quello dell’America di Biden, con investimenti miliardari in campo sociale. L’ex presidente della BCE conferma, con prudenza, le critiche del suo “pupillo” Franco Monaco alla scelta di Letta di privilegiare le tesi radicali sui diritti individuali.

Sul piano politico la campagna amministrativa sta raffreddando i rapporti tra gli alleati Pd e Pentastellati: a Torino Giuseppe Conte ha addebitato ai Dem la rottura per Palazzo Civico, chiedendo voti senza limiti di schieramento; l’ex premier è preoccupato per la tenuta dei Grillini nel voto amministrativo, con sondaggi inquietanti: risultati a una cifra a Torino (9,5%) e Milano (4,5%); Conte non ha nascosto in pubblico il suo disagio, anche perché teme la rivalsa interna del ministro Di Maio nell’ipotesi di risultati negativi.

Ma la preoccupazione sul voto riguarda tutti i partiti, soprattutto per una crescente disaffezione dell’elettorato: ad oggi sono incerti sulla partecipazione alle urne il 45% dei cittadini di Torino e Milano; la campagna elettorale è stanca, senza grandi novità; pesa contemporaneamente la difficoltà delle forze politiche a individuare nuovi scenari di fronte al governo tecnico del premier Draghi, sorretto invece dalla fiducia della maggioranza degli italiani.

Nel centro-destra è crescente la divisione su tre linee: totale e incondizionato sostegno a Draghi dei Forzisti, opposizione ferma della Meloni, oscillazioni continue di Salvini tra il partito di lotta e di governo. Nel Carroccio per ora sta prevalendo la linea “ministeriale” di Giorgetti e dei Governatori, soprattutto sull’estensione del green-pass; appare in minoranza la componente guidata dall’onorevole Borghi che occhieggia ai no-vax; tra l’altro anche l’assessore regionale alla Sanità, Icardi, ha sterzato verso l’area protestataria, tra lo sgomento del Governatore Cirio e della maggioranza di Palazzo Lascaris.

All’attivo di Salvini si registra un colloquio in Vaticano con il “ministro degli Esteri” monsignor Gallagher sui principali temi d’attualità: crisi afghana, politica europea, famiglia, ddl Zan… Secondo il cardinale Parolin, segretario di Stato, l’incontro è stato positivo, con “punti di intesa su temi scottanti”.

Sempre dal Vaticano giunge un’altra notizia rilevante: a metà dicembre Papa Francesco riceverà in visita di congedo il Presidente della Repubblica, al termine del settennato al Colle. Emerge una conferma indiretta della volontà di Sergio Mattarella di non accettare una ricandidatura. Sulla strada per il Quirinale si affaccia quindi un solo nome di rilievo: Mario Draghi. Con due ipotesi per il Governo: scioglimento delle Camere ed elezioni anticipate in primavera (come chiede il centro-destra); nuovo esecutivo tecnico guidato dal braccio-destro di Draghi, il ministro dell’Economia Daniele Franco, proveniente dallo staff dirigenziale della Banca d’Italia; ma per questa ipotesi occorrerebbe il sì dei duellanti Salvini-Letta, oggi poco probabile (in campagna elettorale); per la continuazione della legislatura preme l’Europa che ha concesso i finanziamenti; analogamente insistono i “peones” del Parlamento, sicuri di essere sacrificati dalla prossima applicazione della riforma costituzionale sul taglio di deputati e senatori. Il nodo è essenzialmente politico: il Paese può tornare allo schema pre-Covid, con lo scontro destra-sinistra, o la svolta Draghi ha una dimensione che supera il momento contingente?

La società italiana appare frastornata e divisa, non solo per lo scontro sui vaccini (già incombono nuovi referendum, su temi disparati, dall’eutanasia alla cannabis passando per la giustizia). Dalle aule giudiziarie emerge un nuovo evento, storico: la rottura traumatica nel pool di “Mani pulite” che determinò la caduta della prima Repubblica, con l’emergere di tangentopoli: due autorevoli magistrati, il procuratore-capo di Milano Greco e l’ex consigliere del Csm Davigo, si scambiano accuse pesantissime di tradimento dei valori originali di giustizia, lasciando di fatto “orfana” la cellula fondatrice di “Mani pulite”.

In un contesto sociale e culturale di grande movimento, con il primato dell’economia, la politica può restare ferma ai primi anni del secolo, senza divenire subalterna dei nuovi “poteri forti” italiani ed europei?

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