Il presidente Mattarella, parlando agli ambasciatori nell’80° anniversario della Repubblica, ha rilanciato l’impegno per la pace, contro tutte le guerre. Ha dedicato una particolare attenzione alla martoriata Ucraina, ricordando che l’ingiustificata invasione russa, in spregio al diritto internazionale, ha dato origine al caos: parole forti per Putin, altrettanto impegnative per Trump e Netanyahu; ma, con il garbo istituzionale che lo caratterizza, il Capo dello Stato ha rivolto un richiamo ai partiti perché non rallentino l’impegno per “l’indipendenza e la libertà di Kiev”.
Tutto ciò mentre, come ha scritto il “Corriere della Sera”, nel Parlamento si sta realizzando una maggioranza trasversale “euroscettica”, molto cauta (se non fredda) sul sostegno a Kiev. Casus belli: le prossime decisioni di Bruxelles sulla richiesta dell’Ucraina di ingresso nella UE, misura sempre avversata da Mosca che crede di aver ottenuto da Trump un diritto di protettorato sull’Europa.
I primi due contrari al disco-verde per Zelensky sono stati il vice-Meloni e leader della Lega Matteo Salvini, e il capo dei Pentastellati ed ex premier Giuseppe Conte. I due protagonisti (con Di Maio) del governo giallo-verde sono stati sempre aperti al dialogo con Putin e Trump, ma il “no” palese a Kiev condannerebbe l’Europa all’irrilevanza politica, consentendo a Putin, l’aggressore, un ruolo determinante sulla vita del Vecchio Continente. Non si tratterebbe di “una pace giusta e duratura”, come chiede con grande impegno Leone XIV, ma di una sostanziale resa politica.
A riguardo Fratelli d’Italia, da sempre schierata con Kiev, ha preso tempo con le dichiarazioni dell’onorevole Donzelli e del ministro della Difesa Crosetto: l’adesione di Kiev rinviata sine-die a guerra finita (aspettando quindi che Putin cambi idea sul conflitto e si converta alla tregua). Su FdI pesano le prossime scadenze elettorali e la rincorsa ai voti del generale Vannacci, aperto sostenitore del Cremlino, non da oggi (è stato addetto militare dell’Italia all’ambasciata di Mosca).
Nella maggioranza di governo si è distinto il ministro degli Esteri Tajani, da sempre collocato con il PPE nell’appoggio a Kiev. Ma questo non è stato sufficiente per Zelensky nella scelta dei possibili mediatori per l’eventuale trattativa con Mosca: ha indicato Francia, Germania, Gran Bretagna, non l’Italia.
Nel “campo largo” sono favorevoli a Kiev la maggioranza del Pd e i Centristi; ma la segretaria Schlein, come Conte, non è mai andata in Ucraina in segno di solidarietà, pur avendo condannato l’invasione russa. Cauta l’AVS.
In questo contesto l’Italia emerge con una politica estera fragile, a pezzettini, senza una precisa visione geo-politica. I due poli con quali piattaforme politiche si presenteranno agli elettori? Sul lavoro, la sanità, il fisco, la legge elettorale …? Ma la politica estera è il cardine dell’idea d’Italia: lo è stata in questi 80 anni di Repubblica con la scelta occidentale di De Gasperi, con l’apertura alla quarta sponda del Mediterraneo di Fanfani-Nenni, con la ricerca della distensione Est-Ovest di Moro-Berlinguer … Ed oggi? Caduto con Trump il sovranismo, non può bastare la rincorsa al generale Vannacci o ai nipotini del comico Grillo.
Il Presidente Mattarella invita tutti a ripartire dai principi. Anzitutto il rispetto del diritto internazionale, che esclude il ricorso alla guerra per la soluzione delle controversie tra le Nazioni; in Europa ci sono stati 80 anni di pace perché, prima di Putin, nessun leader europeo aveva violato questa norma fondamentale; contestuale è il rispetto della Carta dell’ONU, ovvero il multilateralismo. Nessun Capo di Stato, Putin, Trump, Xi, Netanyahu …, può sostituirsi all’ONU ed ergersi a padrone del mondo.
La pace “disarmata e disarmante” non si conquista senza scelte politiche imperniate su principi e valori: per questo, nella oggettiva difficoltà del Parlamento, le parole che giungono dal Colle sono un elemento essenziale di chiarezza e di speranza.


