(Ferdinando Zorzi)

La potatura è un’operazione complessa e delicata, da cui dipendono il risultato della stagione e il futuro della pianta. È stata tramandata di generazione in generazione per molto tempo come un sapere antico e portatore di profondi significati: basti pensare al “pianto della vite”, quel fenomeno per cui la linfa che, dopo i mesi invernali, riprende a scorrere nel tralcio, fuoriesce dai punti potati, quasi a segnalare il “dolore” precedente alla nascita dei germogli e delle prime foglioline.

A partire dal cosiddetto boom economico del secolo scorso, in Italia, gran parte della popolazione che era sempre vissuta di agricoltura si è reimpiegata nell’industria e le conseguenze demografiche si sono viste anche nelle nostre zone: lo spopolamento delle valli e la crescita delle cittadine poste vicino ai nuovi impianti produttivi.

Per una generazione, conoscenze pratiche come la potatura sono rimaste parte del bagaglio di molti giovani, che pure erano andati a lavorare nelle fabbriche e che, nel tempo libero, mantenevano la campagna, l’orto e la vigna.

La generazione attuale però, in un’epoca ormai post-industriale, ha perso quasi del tutto le tradizioni del settore primario, ormai conosciute solo da una nicchia di professionisti e appassionati. E forse ha un fondamento pensare che alcuni insegnamenti evangelici siano andati in crisi nei tempi dell’abbandono dell’agricoltura e risultino di difficile comprensione oggi: come capire che senza Gesù non possiamo far nulla, che chi non rimane in Lui viene gettato via come il tralcio e secca?

Magari anche solo andando a seguire attentamente un lavoro di potatura potremmo tornare a studiare il metodo per portare molto frutto.

 

Gv 15,1-8

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.
Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci.
Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».