Quel Natale che non si vede ma c’è

(Fabrizio Dassano)

In questi giorni ci scorrono davanti i Natali che furono, i Natali delle nostre infanzie, con la grande Messa di mezzanotte in paese, o alla chiesa sabauda di Superga quando avevamo per la prima volta l’automobile. Ovviamente i regali ci davano quella magia in più, a noi tipici figli del boom economico del secondo dopoguerra.

Il giorno di Natale era veramente straordinario. La notte si era dormito poco per cercare di cogliere l’attimo in cui arrivavano i regali in fondo al letto: era un continuo dormiveglia, con i piedi che guizzavano come pesci per tastare qualcosa di solido. Poi la Messa del mattino con il vestito bello, dove apprendevi la consapevolezza della nascita di Gesù bambino. A seguire la corsa ai pranzi nelle case dei nonni, quando ti immergevi in quelle atmosfere di campagna nebbiosa e a volte biancheggiante di neve, senza tempo.

Le nonne e le zie non stavano quasi mai a tavola perché erano impegnate ai fornelli, in una sorta di catarsi culinaria che si celebrava con il pranzo di Natale. Effluvi di profumi, di lauro, rosmarino e cannella, di acciughe e di uova sode, di prosciutto in gelatina, di lingua al verde, i piatti di agnolotti fumanti che riemergevano in grandi caldaie sul “putagè” o sul “Pibigas”, l’arrosto, il cappone o il coniglio. Oppure l’impresa: il gran fritto misto piemontese, una componente etnico gastronomica assoluta, l’antipasto che ci hanno invidiato nei secoli pure i francesi. Una litania di piatti e vassoi, un volteggio di avvicendamenti tra pietanze dolci e salate in una sorta di movimenti sufi. I gran vini del Natale erano Dolcetto e Barbera e spumanti di Asti per il gran Pan di Spagna farcito di crema o la torta di nocciole monferrina.

I bambini esausti da quei pranzi campali si perdevano nel presepio con le statuine in gesso o in terracotta, ancora dei trisnonni, che venivano tramandate di generazione in generazione e ogni anno immerse nella muffa raccolta la domenica dell’Immacolata con i nonni, che loro sapevano dove andare a raccoglierla all’ombra gelata delle ceppaie al mattino.

Il segreto di quell’anfratto, di quella capanna in cui si andava a controllare – al ritorno dalla Messa notturna – se la statuina del bambino era davvero arrivata, posta nella mangiatoia tra San Giuseppe e la Madonna, con dietro il bue di gesso dipinto di marrone e l’asino invece di grigio.

Poi c’era Gelindo, il primo pastore accorso con l’agnellino sulle spalle. Allora sapevi che era veramente nato e c’erano tutti gli altri lì intorno: Alinda, la moglie di Gelindo, i figli Narciso e Aurelia. Ogni statuina aveva un nome. Mi ricordo del vecchio Maffeo, del giovane Tirsi e di Medoro. Poi nel presepio c’era il mulino, le casette di legno, la neve di farina, la stella cometa di carta stagnola, come lo stagno delle oche.

In un angolo c’era un po’ di sabbia e un cammello con i re magi in arrivo. Bisognava controllare che i tre non perdessero mai di vista la stella, altrimenti – Dio non voglia – si sarebbero smarriti nel deserto! Poi c’era la collinetta fatta col giornale appallottolato coperto di muffa e sovrastato dal sinistro maniero di re Erode con i suoi soldati cattivissimi tutto intorno (quando si dice “il male necessario”).

Natale era anche questo: avere in casa la magia di un sacro monte che sapevi essere fatto tutto per te, insieme a tutte le persone che ti volevano bene e che oggi non ci sono più.

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