Quell’ossessiva illusione del virtuale che allontana dalla consapevolezza di fatiche e gioie del reale

(Susanna Porrino)

Da quando ho iniziato l’università, il numero di ragazzi di qualunque facoltà che ho incontrato invischiati in percorsi universitari a metà o mai iniziati, bloccati tra la scarsa motivazione e la tendenza a rimandare a tempi indefiniti qualunque tentativo di procedere, è tristemente e sorprendentemente alto. Complici certamente le inadeguate strutture universitarie e un panorama lavorativo che fatica a stimolare l’entusiasmo dei ragazzi, quest’anno il pensiero va però immediatamente alle modalità straordinarie in cui è avvenuto l’insegnamento.

Il maggior problema della didattica a distanza non è stata forse la difficoltà di seguire da uno schermo la maggior parte delle lezioni, quanto la continua possibilità di scelta tra una faticosa attività di studio e concentrazione e l’esposizione a contenuti online che, oltre a distrarre, diminuiscono ulteriormente la motivazione e la costanza. Inoltre, la mancanza di relazione all’interno di un gruppo solido e reale ha spinto a cercare la propria definizione all’interno di un mondo virtuale in cui lo studio e un impegno silenzioso e costante non appaiono come le opzioni più selezionate e celebrate.

Le immagini di vita trasmesse sul web dipingono in gran parte un’esistenza libera dai limiti e i vincoli dell’età adulta: come eterni bambini in un paese dei balocchi virtuale, le figure dei grandi influencer e dei maggiori personaggi del web si mostrano esposte e fruitrici di tutti i vantaggi e i divertimenti di una vita “da grandi”, pur muovendosi oltre la telecamera in un mondo in cui non c’è spazio per la dimensione della responsabilità, della fatica, del lavoro, né tempo per quelle ore poco entusiasmanti attraverso cui spesso deve passare il lento processo di crescita e costruzione del futuro. È ragionevole pensare che questi momenti esistano, pur rimanendo dietro le quinte; ma, in generale, l’atteggiamento di fondo sfugge in tutti i modi ciò che non sia definibile come divertimento e svago.

Il mondo social è lusinghevole e sfavillante, e così deve essere per poter assolvere alle proprie funzioni commerciali: se chi si muove sul web non sapesse farsi promotore di una felicità e di un successo fuori dal comune, non solo verrebbe meno una forma di intrattenimento basato sulla visione di vite altrui, ma anche l’intera rete di pubblicità e marketing che, in modi più o meno subdoli, vi si accompagna.

Ciò che compare sullo schermo si presenta accompagnato dalla consapevolezza che ciò che vediamo è per la maggior parte finzione, ma l’esposizione continua ad essa, soprattutto in periodi in cui le possibilità di inseguire la propria realizzazione sono limitate dalle condizioni esterne (come avvenuto in quest’anno con l’insorgere della pandemia), finisce per esercitare un irresistibile desiderio di emulazione di cui le grandi industrie sono perfettamente a conoscenza.

Certamente servirebbe una disintossicazione collettiva dall’esposizione ad mondo così capace di fare apparire misera una vita reale e piena (e viceversa). E ancora di più occorrerebbe una sempre maggiore educazione e consapevolezza di quanto questo mondo altro non sia che un gigantesco mercato, i cui prodotti concreti vengono nascosti e racchiusi nell’idea fittizia di una felicità pienamente realizzata e perseguibile.

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