I sondaggi registrano un sostanziale pareggio nel prossimo referendum sulla giustizia (38 a 37 per il sì, secondo “La7” di Enrico Mentana, con una vasta fascia di incerti e il 50% di astenuti). Ma i toni della campagna elettorale sono preoccupanti ed hanno indotto il Quirinale, garante rigoroso delle istituzioni democratiche, ad un duplice passo: da un lato ha confermato la data del voto (22-23 marzo) proposta dal Governo, dall’altro ha esortato la premier al rispetto della funzione della Corte di Cassazione.

In altre parole, Mattarella vuole evitare una rottura istituzionale tra due poteri dello Stato, Esecutivo e Giudiziario, impedendo che il referendum si trasformi in un processo alla Magistratura, anziché un voto sui temi specifici della legge Nordio.

Da settimane ogni decisione “sgradita” ai partiti di Governo si trasforma in un atto d’accusa “generale” al sistema giudiziario, dalla Corte dei Conti sul Ponte di Messina alla Cassazione, dai giudici di Torino su Askatasuna alla “famiglia del bosco”… Certamente anche i magistrati possono sbagliare, ma non si possono “mortificare” ottomila persone che in questi decenni sono state in prima fila contro il terrorismo, la mafia, la corruzione …, anche con vittime illustri.

Nelle democrazie liberali, contestualmente, l’autonomia della Magistratura evita il potere discrezionale dell’Esecutivo a garanzia di tutti i cittadini (anche perché le maggioranze, nel tempo, cambiano). Non a caso, negli Stati Uniti, l’interventismo di Trump in ogni ambito sta preoccupando anche settori significativi del suo elettorato, contrari ad una gestione partitica o peggio ancora personalistica della Giustizia.

Mattarella ha sostanzialmente richiamato tutti ad una gestione corretta del referendum, nello spirito della Costituzione. Allo stesso modo, sul tema altrettanto delicato della sicurezza e dell’ordine pubblico, ha riconosciuto il diritto della maggioranza a legiferare, ma ha inserito nei provvedimenti clausole precise, nei limiti della Carta Costituzionale. Dal Colle un faro di luce sullo Stato di diritto.

Un altro tema politico delicato è il sostegno dell’Ucraina, dopo quattro anni di invasione russa (è invece sorprendente a fronte di tale dramma il tempo che i leader dedicano al Festival di Sanremo!).

Il Governo, per la prima volta, è stato costretto a porre la fiducia sul decreto di aiuti, anche militari, a Kiev per fronteggiare la dissidenza di tre parlamentari del nuovo partito, filo-russo, del generale Vannacci.

La mossa di “Futuro nazionale” ha colpito soprattutto la Lega, notoriamente in buoni rapporti con Mosca.
Ma anche il “campo largo” è stato toccato per le diverse posizioni di PD e centristi (filo-Kiev) da un lato, M5S e AVS (neutralisti) dall’altro.

Il Corriere della Sera ha sottolineato con preoccupazione le divisioni interne ai due poli sul versante decisivo della politica estera. L’ex premier Renzi, esperto di tattiche parlamentari (ha fatto cadere alcuni governi, oltre il suo), ha colto nella secessione del generale Vannacci un pericolo serio per il cammino del governo Meloni: con sondaggi al 3-4 per cento “Futuro nazionale” può determinare un pareggio tra i due Poli, con Meloni e Schlein (o Conte) senza maggioranza, con la scelta post elezioni del nuovo premier rimessa pienamente al Quirinale.

La novità Vannacci e le incertezze sulle scelte di Calenda (Azione) hanno indotto i due poli a sospendere le trattative “riservate” sulla nuova legge elettorale: il previsto quorum del 45% per ottenere la maggioranza dei seggi parlamentari non appare raggiungibile per le attuali coalizioni. C’è poi l’attesa per le scelte dei riformisti del Pd, dopo i nuovi scontri in direzione con la Schlein. Dopo il referendum sulla Giustizia ci sarà un accordo o la strada è ormai tracciata per la rinascita della Margherita, quarta gamba del “campo largo”?

Ad un anno dalle politiche c’è fermento nei partiti, anche per l’effetto del ciclone Trump, non favorevole ai suoi alleati.