Schiavitù contemporanea: l’altra faccia dello shopping di Natale

(Fabrizio Dassano)

Mercoledì 2 dicembre, è stata celebrata la Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù. L’evento porta al 2 dicembre 1949 quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite votò la risoluzione per la repressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione altrui.

Secondo i dati del “Global Slavery Index”, un indice annuale che rappresenta il livello di condizioni di schiavitù nelle nazioni del mondo pubblicato dalla Walk Free Foundation, sono ancora ben 40,3 milioni gli schiavi moderni, nel 71% dei casi sono di sesso femminile; 15,4 milioni sono le persone costrette a un matrimonio forzato, e quasi 25 milioni le persone ridotte in schiavitù dal lavoro forzato, soprattutto minorile. Lo Stato in cui si vive la peggior schiavitù (di regime) è la Corea del Nord raggiunta solamente da Libia ed Eritrea (ex colonie italiane); seguono Repubblica del Centro Africa, Iran, Guinea Equatoriale, Burundi, Repubblica del Congo, Sudan e Mauritania.

La schiavitù invece è meno presente in Olanda, USA, Regno Unito, Svezia, Belgio, Croazia, Spagna, Norvegia, Portogallo e Montenegro. Sono numeri e dati che fanno accapponare la pelle.

Mentre il Natale si avvicina e con esso la ricerca di regali (per gli altri o per sé) non dobbiamo dimenticare che i primi 5 prodotti frutto del lavoro della schiavitù che traffichiamo nei paesi del G20 sono laptop, computer e smartphone, per un fatturato complessivo di oltre 200 miliardi di dollari Usa. Poi abbiamo gli indumenti prodotti da schiavi che generano profitti per 127.7 miliardi di dollari. Al terzo posto abbiamo il mercato del pesce che vale 12.9 miliardi di dollari; al quarto posto gli schiavi legati alla produzione del cacao per 3.6 miliardi di dollari e al quinto posto, per un valore di 2.1 miliardi di dollari, il lavoro degli schiavi della canna da zucchero.

Interessante anche il dato che vede i Governi più impegnati contro i prodotti e i servizi forniti da persone in stato di schiavitù: in testa il Brasile seguito da Cina, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America; tra i Governi che fanno poco o nulla per contrastare i beni prodotti dagli schiavi figurano al primo posto l’Argentina, poi l’Australia (anche se ha annunciato un cambio di rotta), il Canada, l’India, l’Indonesia, il Giappone, il Messico, la Russia, il Sud Africa, l’Arabia Saudita, la Corea del Sud e la Turchia.

Quanto alla situazione di casa nostra seguiamo il giudizio emerso dalla Walk Free Foundation nel 2018: “Il Governo italiano ha implementato le componenti chiave per una risposta olistica ad alcune forme di schiavitù moderna, con dispositivi di supporto alle vittime, una forte risposta della giustizia penale, prove di coordinamento e collaborazione e protezioni in atto per le popolazioni vulnerabili.

Il Governo potrebbe iniziare ad affrontare la schiavitù nelle filiere di approvvigionamento governativo o di attività che operano nel proprio territorio. Ci possono essere prove che alcune politiche e pratiche governative possono criminalizzare e/o indurre le vittime a essere deportate”.

Nel frattempo siamo in strada verso il Natale!

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