Foto generata con IA

Qualche giorno fa ho partecipato alla presentazione di un libro del cappellano dell’Università La Sapienza di Roma, don Gabriele Vecchione. Accanto a lui c’era don Mattia Ferrari, cappellano della Mediterranea Saving Humans. L’incontro ha presto lasciato il terreno più prevedibile della promozione editoriale, prendendo la forma di un dialogo serrato sulla condizione dei giovani.

Una parola in particolare mi sono appuntato: “paternità”. Don Ferrari ne parla come di un desiderio vasto, diffuso, quasi elementare. Una mancanza che attraversa molte giovani vite, e a questo sinceramente non avevo mai pensato con gli occhi di tale gravità. Don Vecchione la mette in relazione con il celibato che è chiamato a vivere: l’incontro con il dolore dei “figli dispersi” espone alla crisi, costringe a fare i conti con il fallimento. Dentro questa esperienza si definisce una paternità che non coincide con l’efficacia, e si misura nella scelta di restare. “A volte – spiega Vecchione – quello che conta è la presenza, l’unica cosa che funziona”. In questo senso il motto di san Cusmano – “Quelli che non sono di nessuno sono i nostri” – restituisce il senso della sua interpretazione della paternità sacerdotale, pura e missionaria, ma sicuramente non meno impegnativa. Ma il tarlo ormai rimane: quanti giovani oggi de facto non hanno un padre?

Don Ferrari amplia l’orizzonte: Chiesa vuol dir essere famiglia, “famiglia di famiglie”. Al centro resta la presenza, concreta e quotidiana. Nella società della prestazione, tra dipendenze e forme illusorie di felicità, non sono i grandi gesti che rivoluzionano la vita di chi cade in questi gioghi moderni. Don Vecchione lo dice con chiarezza: per lui “la felicità è fare bene il bene, non fare il bene per farsi due foto”.

Il quadro che emerge è esigente: crisi della salute mentale, individualismo, continua autovalutazione secondo standard di rendimento. Molti temi arcinoti, persino quasi esausti, altri invece interessanti spunti. Ma è bello vedere due sacerdoti giovani che si confrontano sulle modalità con cui si relazionano coi giovani, su come vivono il loro ministero.

Quando un ragazzo si rivolge a un prete dicendo “Scusa, papà”, prende corpo un desiderio profondo, una domanda di appartenenza che cerca nome. Don Vecchione riporta il discorso al cuore cristiano: la passione di Cristo come scelta dalla parte delle vittime, criterio che giudica la storia. Il parametro resta l’amore. In un tempo che misura tutto, è l’unica misura che continua a orientare.