(Editoriale)

Nei commenti post elettorali, alcuni osservatori hanno detto che questo Governo (così come il precedente) ha parlato dei giovani ma agito mirando agli anziani, nella speranza di ricadute economiche e lavorative positive per i giovani, che però non ci sarebbero state.

Lo studio della Fondazione Moressa sui dati Eurostat (in un articolo su Repubblica il 30 aprile scorso) dice che deteniamo il record europeo di giovani non occupati e “scoraggiati” che non studiano e non lavorano.

L’Italia non sembrerebbe dunque un luogo per i giovani. La Chiesa dal canto suo, lo è?

Da anni si va ripetendo che dalla Cresima in poi i ragazzi e i giovani disertano Messe, oratori e attività, e gli spazi vuoti sono sempre più ampi. Non è improbabile che la diserzione cominci anche prima della Cresima, visti i numeri tra chi (ancora) riceve la Comunione prima e la Cresima poi.

Tutti parlano dei giovani e ai giovani. Tutti li aspettano, pochi gli vanno veramente incontro nei loro spazi con un linguaggio adeguato ai tempi, li mettono al centro dell’attenzione e li ascoltano.

Pochi studiano il loro mondo per entrarvi in punta di piedi, invece di voler sempre che escano verso il nostro, e così facendo disperdendoli per la delusione che spesso, noi di generazioni più stagionate e con un fare e un dire altrettanto stagionati, rappresentiamo ai loro occhi.

Con i giovani, politica e religione, lavoro e studio, svago e impegno, leggi e decreti… sono ad un punto di svolta o in un vicolo cieco?

La risposta è in una lettura attenta della realtà.

Lettura, studio, comprensione vere, perché troppe volte liquidate rapidamente per la svogliatezza di non affrontare strade nuove, per non faticare a ridisegnare una presenza (civile ed ecclesiale), senza creatività e ingabbiati dal “si è sempre fatto così”. Che non risponde più a nessun perché e conduce a spazi sempre più vuoti in chiesa e nella società.