Immagine generata con IA.

Nel suo pensiero settimanale, Vincenzo Corrado (direttore dell’ufficio nazionale comunicazioni sociali CEI) prende spunto da alcuni fatti di cronaca e lancia un monito: “un presente senza memoria dimentica in fretta, passa oltre e, proprio per questo, lascia che il passato peggiore si ripresenti travestito da novità e normalità” e su questo possiamo aprire la nostra riflessione.
Viviamo un presente pieno di contrasti.

Abbiamo calendari ricchi di date e anniversari, che ci ricordano situazioni sulle quali non dovremmo smettere di riflettere. Abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni, ma spesso non sappiamo leggerle e comprenderle. Disponiamo di strumenti che dovrebbero aiutarci a usare meglio il tempo, eppure continuiamo a vivere di fretta, consumando ciò che ci passa davanti. Facciamo molto, ma questo continuo lavorio rischia di non lasciare nulla, soprattutto memoria.

Siamo capaci di ingurgitare una grande quantità di dati senza davvero assaporarli. Viene in mente l’episodio dell’Odissea in cui Circe offre da mangiare ai compagni di Ulisse: mangiano con avidità, senza gustare ciò che ricevono, fino a trasformarsi in bestie. Noi rischiamo una trasformazione diversa, ma forse non meno preoccupante: diventare incapaci di trattenere ciò che viviamo.
La neurofisiologia ci ricorda che la memoria non è un semplice deposito di informazioni. I ricordi vengono costruiti e collegati tra loro e, per richiamarli, può bastare anche un piccolo stimolo. Ma perché un’informazione entri davvero nella memoria è necessario poterla associare a qualcosa: a un’esperienza, a una conoscenza precedente, a un’emozione, a una domanda.

Quando creiamo queste connessioni, impariamo. Le nuove informazioni possono così essere elaborate, conservate e, in seguito, utilizzate. Al contrario, un presente che non lascia spazio per collegare ciò che leggiamo, ascoltiamo e viviamo ostacola l’apprendimento e anche la capacità di riconoscere ciò che accomuna o distingue le diverse esperienze. Abbiamo dunque memorie che funzionano, ma che utilizziamo solo in parte. A limitarle non è necessariamente la quantità di informazioni, bensì la mancanza di tempo per elaborarle.

Dovremmo evitare tanto di “imparare a pappagallo” quanto il lasciare scivolare via, una dopo l’altra, le nozioni che attraversano i nostri sensi. Serve uno spazio per fermarsi e chiedersi: a cosa assomiglia ciò che ho appena ascoltato? Che cosa mi evoca? Come si collega a ciò che già conosco? E perché gli attribuisco un certo valore? È quello spazio tra l’arrivo di un’informazione e la sua immediata fuoriuscita a permetterci di non cadere nella superficialità e nell’oblio. Perché la memoria, prima ancora di essere una capacità della mente, ha bisogno di tempo.