(Editoriale)

Già nell’editoriale di qualche settimana fa scrivevamo che Natale non era lontano. Era il 5 settembre, nel numero primo dopo le vacanze estive. Perché dopo le vacanze l’aria che si respira è quella del Natale, dietro l’angolo. Tanto il tempo passa in fretta, e senza accorgercene adesso ci siamo.

Le quasi quattro settimane di Avvento servono per prepararci bene, e il messaggio del vescovo che pubblichiamo in questo numero è beneaugurante. È l’essenziale. E mentre il contorno si veste rapidamente a festa, aumenta il rischio di vedere solo lo sfavillio delle luci.

I rapporti interpersonali lasciati sempre più ai social e mediati dall’informazione rischiano di indebolire quella carica di umanità e di compassione, indici di quanto l’Uomo sia ancora tale. Il dramma dei lavoratori dell’ex Ilva di Taranto raccontato alla televisione – tanto per fare un esempio attuale – avrà un impatto certamente diverso dal racconto ascoltato stando a pochi centimetri dalla persona che lo vive e lo patisce, a cui puoi dare la mano, una pacca sulla spalla, un sorriso, uno sguardo d’amore. È tutto un altro feeling. Così, senza filtri, senza intermediari, a tu per tu, senza distanze, dove è il cuore che parla e il cuore che ascolta, e dove la compassione che gli uomini e le donne dovrebbero essere ancora in grado di esercitare, si materializza.

Tutto questo per dire che ci ha turbato non poco sentire dire da quel lavoratore eporediese – a soli due passi di distanza, che da mesi non prende lo stipendio – che tra pochi giorni è Natale e diventa difficile viverlo e festeggiarlo in queste condizioni di disagio e di precarietà, se non di povertà. Un conto è saperlo (televisione e giornali ce lo dicono), un conto è sentirlo atterrare sulla propria pelle, nel cuore e nel cervello. Perché nel primo caso rischia di scivolare via, nel secondo si installa dentro, non ti lascia, diventa palpabile e sconquassante più dello sfavillio di tante luci a festa.