Immagine: “El garrotillo”, opera di Francisco Goya

Un’altra emergenza notturna per un bambino in gravi condizioni, con la chiamata che arriva mentre la stanchezza si fa sentire. Erano rimasti solo due medici in quell’ospedale rurale del nord Uganda: 210 letti, ambulatori affollati, personale infermieristico appena sufficiente. Con la collega si erano divisi le responsabilità: essendo anche mamma di due bambine piccole, la dottoressa oltre ai suoi reparti, copriva le emergenze di giorno. La notte, anche quella notte, era appannaggio del medico “uomo”.

Con la mano destra stava cercando di aprire la bocca del malato per vederne la gola, quando con l’unico dentino incisivo, il piccolino gli aveva procurato una piccola abrasione sul dito indice. Il bimbo morì dopo poche ore. L’abrasione al dito si trasformò in una piaga con un fondo grigiastro. A fatica, l’ulcera guarì. Dopo due settimane arriva però una forte tonsillite, domata da un corso di antibiotici. Intanto il medico aveva cominciato a parlare con timbro nasale, con piglio tognazziano. Bevendo, l’acqua gli usciva dal naso.

Un giorno, mentre era in sala operatoria per un taglio cesareo, il dottore terminò a malapena la procedura, esausto. Uscendo, fece un saltello dal marciapiede e si trovò a terra. Si trascinò a casa: non riusciva a fare 4 passi senza doversi fermare per mancanza di forze. Iniziarono formicolii a braccia e gambe, che lentamente progredivano. La diagnosi era chiara. Aveva la difterite: prima cutanea e alle tonsille, ora nella fase tossica e progressiva. Il tutto mentre nell’intero Paese non c’era siero antidifterico!

Poi l’avanzamento si fermò e con qualche giorno di riposo tutto tornò a posto. Trent’anni prima il medico era stato vaccinato: è verosimile che la vaccinazione antidifterica ricevuta molti anni prima abbia contribuito a proteggerlo dalle conseguenze più gravi della malattia.
Quel medico ero io, nell’anno 1984.

La difterite è diventata così rara in Italia che quasi ne abbiamo dimenticato il nome e, soprattutto, la sua pericolosità. Ce lo ha ricordato la morte a Palermo di una bambina di quattro anni colpita dalla difterite. Malattie che crediamo appartenere al passato o ad altri continenti possono tornare a essere drammaticamente presenti.

Il successo delle vaccinazioni rende invisibili le malattie dalle quali ci proteggono e, rendendole invisibili, del fatto che continuiamo ad avere bisogno dei vaccini ce ne dimentichiamo.
Io, la difterite, non l’ho dimenticata.