(c.m.z.)

Giovedì scorso, nel tardo pomeriggio, un mio amico esce dall’ufficio in compagnia per andare a prendere un caffè nel bar a due passi. Sorseggiandolo cade a terra, irrimediabilmente colpito da un infarto fulminante. Aveva 60 anni. A Roma un diciannovenne, speranza del nuoto italiano, viene colpito da due proiettili e il suo futuro sembra ormai segnato dall’immobilità. Si spera nel miracolo, nell’evoluzione della medicina e nella rigenerazione del midollo. Cos’hanno di simile tra loro queste due drammatiche storie, il cui epilogo è diverso, ma ugualmente travolgente e a cui ciascuno di noi potrebbe aggiungerne altre?

Hanno in comune la cosa più semplice e più scontata che normalmente cerchiamo di allontanare dai nostri pensieri quotidiani. Pochi istanti, qualche secondo, qualche minuto bastano per stoppare il soffio della nostra vita o cambiarne più o meno irrimediabilmente il prosieguo e il destino. Troppo in fretta archiviamo questi fatti lasciando che aleggi attorno a noi la sola giusta, anzi giustissima, compassione, nel suo senso più profondo di partecipazione alle sofferenze di chi soffre. Ed è già gran cosa quando chi soffre può contare su di noi e noi su chi ci spalleggia nei momenti bui.

Ma il pensiero non può non andare oltre. E non è neppure un discorso che settarizza il pensiero tra chi crede e chi no. Il tema della giornata del malato, che ricorre a livello mondiale lunedì prossimo 11 febbraio, e di cui scriviamo nelle pagine interne, ci offre una risposta; gratuitamente avete ricevuto e gratuitamente date. Il soffio della Vita l’abbiamo ricevuto nei modi e nei tempi che non abbiamo fissato noi, e che tutto sommato neppure i nostri genitori hanno fissato al posto nostro.

La morte di Massimo e l’infermità di Manuel non le hanno ovviamente fissate loro, e ciascuno di noi attribuisce agli eventi il “colpevole invisibile” preferito. Ma per tutti in mezzo ci sta la vita, quella vissuta giorno dopo giorno, quella che, con i contenuti che ci mettiamo dentro, dà pienezza, senso e significato alla nascita e alla morte, alle gioie e ai drammi.
Vale la pena di viverla, nonostante certi epiloghi? Eccome se vale. Anzi, non c’è da sprecare neppure un attimo. Tutto è Grazia: ricevuta e restituita.