Un giallo d’altri tempi

(Fabrizio Dassano)

IVREA – Il libro di Giuseppe Grinza, “Don Prusôt e il delitto alla bocciofila”, edito dalla Tipografia Baima-Ronchetti & C. a Castellamonte è un volume di 233 pagine inserito nella “Biblioteca degli scrittori piemontesi”, divertente e singolare anche se la seconda parte del titolo fa pensare di primo acchito ad un “giallo” di tipo canonico. Innanzitutto l’autore lo dichiara romanzo, ma ci fornisce a priori una “tavola dei personaggi”, esattamente come in un testo teatrale con l’elenco dei nomi dei personaggi e del loro ruolo all’interno.

La scansione del testo è suddivisa in tre parti (non “capitoli”), quasi fossero tre atti teatrali. Giuseppe Grinza dedica il suo lavoro al poeta ed editor torinese Carlo Molinaro e a Ivonne Albani, attiva in ambito associazionistico in Val Chiusella. Il testo si apre ancora con due citazioni: la prima del grande elzevirista e scrittore Ennio Flaiano (“Certi vizi sono più noiosi della stessa virtù: soltanto per questo la virtù trionfa”), seguito da “So che è un segreto perché lo sento sussurrare dappertutto” del drammaturgo William Congreve, considerato il maggior autore della commedia della Restaurazione britannica.

Incuriosito, vado alla IV di copertina, dove nel bordo di solito si mette un breve profilo biografico dell’autore. Sorpresa! Lì c’è una fotografia di Giuseppe Grinza che fa la lingua… e nulla di scritto. Per un attimo sono tornato ai tempi andati in cui aprivi un bigliettino piegato con cura lasciato sul banco di scuola, dalla compagna più bella della classe, e ci trovavi “Asino chi legge!”… l’effetto è pressappoco il medesimo.

Una nota ci prende per mano e ci accompagna in quello che ci attenderà con le “Avvertenze per la corretta pronuncia e comprensione del piemontese”. L’ingresso non soltanto nella lingua piemontese, ma anche in quel lessico che oltre alle parole è stato lo stile piemontese, in senso etnico-antropologico e enogastronomico. Qui siamo subito dopo la guerra, negli Anni ’50 in un paesino di nome Pravorino (luogo di fantasia ma non troppo, anche perché si parla di un famoso fotografo facilmente identificabile nel chierese).

L’affresco che ne esce oltre la prima parte del romanzo non può non rimandarci ai ricordi personali dei nostri nonni e alle situazioni paradossali ed esilaranti della celebre coppia di Fernandel e Gino Cervi, icone cinematografiche di quel genio scaturito dalla penna di Giovannino Guareschi, perché lo scontro permanente tra prevosto e sindaco di Brescello, nel romanzo di Grinza diventa quello tra prevosto e presidente della bocciofila locale, con un terzo polo rappresentato dall’autorità costituita e incarnata dal maresciallo Contini, figura con atteggiamenti “montalbaneschi” alla maniera di Andrea Camilleri.

Ma queste, insieme alla vicenda che si snoda a partire dal denunciato furto di 36 salami, sono solo le punte dell’iceberg letterario di Grinza… perché nell’ombra, l’universo pravorinense è in realtà dominato da un’entità superiore: il famigerato club delle “Pie Pepie”, vera rete di controllo femminile che agisce con le modalità del più temibile servizio segreto di paese, un club esclusivo con cui paradossalmente, tutte le parti maschili del romanzo, hanno inevitabilmente un legame familiare o domestico. Sono loro le vere “influencers” della situazione.

Del finale non posso dire nulla perché è anche un giallo… quindi aspettatevi di tutto, ma proprio di tutto in un crescendo inquietante e da fibrillazione e tenete bene a mente la seconda parte del titolo. A quel punto, chiuso il libro, scoprirete in quarta di copertina, proprio al fondo, qualcosa di più su Beppe Grinza.

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