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Due no e un sì: la direzione del Pd, dopo le dimissioni di Renzi, ha respinto ogni ipotesi di alleanza con Di Maio e Salvini, ma ha aperto al Quirinale, ovvero ad un governo del Presidente; una soluzione super-partes, un governo di scopo per guidare l’economia, cambiare la legge elettorale e poi tornare alle urne era stata caldeggiata da “Avvenire”, anche perché i due vincitori, il M5S e la Lega, sono fermi all’euforia della domenica elettorale, dimenticando che, nel sistema proporzionale, nessuno ha i numero per governare da solo. I pentastellati e il centro-destra non possono poi nascondere le divergenze interne: Di Maio aperturista, ma metà della base grillina è contro ogni “inciucio” (esemplare lo scontro a Torino sulle Olimpiadi); Berlusconi pronto ad aprire al Pd, subito sconfessato da un intransigente Salvini (ma con il 18% dei voti dove può andare il leader leghista?).
Emergono poi le prime questioni programmatiche: il presidente dell’Inps Boeri ha parlato di rischio fallimento del sistema pensionistico nel caso fossero attuate le proposte di Lega e M5S sull’abolizione della legge Fornero (costo 45 miliardi); quasi altrettanto sarebbe l’onere per lo Stato del reddito di cittadinanza proposto dai pentastellati (una tesi che ha affascinato l’elettorato, con cittadini che già si sono rivolti ai Caf, da Torino a Palermo, per avere le promesse indennità!).
Con i tre Poli ancora in campagna elettorale non sarà facile l’impegno di Mattarella, che dopo Pasqua avvierà le consultazioni con i gruppi parlamentari (nel centro-destra avremo due componenti diverse, Lega e Forza Italia con i centristi, avendo Berlusconi rifiutato il partito unico con Salvini); il presidente ha più volte chiesto alle forze politiche di far prevalere l’interesse generale del Paese sulle esigenze di parte, assumendo ognuno la responsabilità del funzionamento delle istituzioni democratiche. In linea con il Presidente l’appello della Cei per una possibile governabilità, pensando alle fasce più deboli della popolazione.

Per i paradossi della politica, Renzi (con un’intervista assolutoria al “Corriere”), Di Maio e Salvini (con la pretesa autosufficienza) si muovono come se l’Italia fosse un Paese presidenziale alla francese, non una Repubblica parlamentare che può reggere solo con alleanze tra forze diverse. L’alternativa è la paralisi delle istituzioni e una grave crisi economica, perché i mercati non attenderanno a lungo uno sbocco positivo della crisi, in uno Stato con il più alto debito pubblico, dopo la Grecia, nella UE.
Ci sono poi scadenze inderogabili di politica estera, dagli accordi con la Libia sui migranti alla questione delicatissima della guerra dei dazi minacciata da Trump (a rischio, dopo l’acciaio, anche il fondamentale settore della produzione automobilistica). Una convergenza minima tra le forze politiche, sulla linea indicata dal Capo dello Stato, appare quindi inderogabile perché non si può giocare sulla vita degli italiani; nessun trionfalismo dei vincitori e nessuna rivincita degli sconfitti.
In particolare il Pd, che si avvia a una nuova fase congressuale, non può dimenticare la lezione della storia repubblicana, cui fa spesso riferimento. De Gasperi, nel ‘48, pur avendo la maggioranza assoluta, volle aprire il governo ai laici, pensando a una Repubblica plurale; la stessa linea seguirono Moro e Fanfani, aprendo dapprima al centro-sinistra con i socialisti, e poi al compromesso storico con Berlinguer per far fronte alla sfida eversiva del terrorismo, sconfitto proprio da una grande solidarietà nazionale. Perché la linea del dialogo e del compromesso sarebbe oggi improponibile? Perché mettere in frigorifero milioni di voti e, soprattutto, una grande cultura politica? Pensano i renziani, con nuove elezioni, di risalire dal 18% al 41%?
Ha ragione “Avvenire” a chiedere a tutti una pausa di riflessione, per il bene comune, mettendo i programmi e i valori davanti agli interessi della classe politica. In piena guerra fredda, De Gasperi e Togliatti vararono la Carta costituzionale; oggi non dovrebbe essere impossibile sostenere l’impegno unitario del Presidente Mattarella.

Mario Berardi

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