Rinfrancata dal test positivo delle comunali (in particolare Venezia e Reggio Calabria), la coalizione di governo affronta ora un difficile caso interno, legato ai rapporti con il generale Vannacci. L’ex leghista, nostalgico di Mussolini, sostenitore di Putin, in prima linea contro gli immigrati, ha ottenuto con la sua lista “Futuro nazionale” il 14% dei voti a Vigevano e, nei sondaggi nazionali, è valutato al 4-5%, contro il 6 della Lega. Per limitarne la concorrenza, Salvini intende chiudere le porte del destra-centro all’ex amico. Anche Tajani è contrario a imbarcare Vannacci, ma per ragioni esclusivamente politiche: Forza Italia, aderente al PPE, difende la posizione dell’Europa contro l’aggressione russa a Kiev, rifiuta la “guerra agli immigrati” e il clima d’odio conseguente. Diversa la posizione della Meloni e di FdI: la premier cerca la trattativa con il generale perché i suoi voti sono considerati indispensabili nelle prossime Politiche per evitare “il pareggio”, ovvero la perdita di Palazzo Chigi e la rinascita di governi di “larghe intese”. Ma come conciliare programmi così diversi, a cominciare dal futuro dell’Europa? In un’intervista al “Corriere” sulla linea Meloni, il presidente del Senato La Russa ha rispolverato Giorgio Almirante, fondatore del MSI ed erede politico della Repubblica di Salò: un chiaro messaggio a Vannacci e ai suoi elettori che di quell’eredità vorrebbero impossessarsi.

Contro il paventato “pareggio”, la Meloni insiste per il cambio della legge elettorale, anche se altre sono le emergenze del Paese, a cominciare dalla crisi economica suscitata dalle guerre. Nell’anno pre-elettorale il Parlamento rischia di essere bloccato dalle discussioni sullo “Stabilicum”, una proposta di legge che rischia il “no” della Corte costituzionale sul discusso “premio di maggioranza”.
Nel “campo largo” la sconfitta di Venezia pesa soprattutto sulla Schlein, che aveva indicato la vittoria progressista in Laguna come la premessa per l’esito delle politiche. In realtà il candidato locale espresso dal Pd (il senatore Andrea Martella, segretario regionale del partito) è stato staccato di 13 punti dal neo-sindaco Simone Venturini; ed a Reggio Calabria il Pd si è fermato al 25%, perdendo la guida dell’Amministrazione. A Salerno la vittoria del centro-sinistra con il discusso sindaco De Luca, è avvenuta senza la presenza sulla scheda del simbolo Dem.

I due “padri nobili” dell’Ulivo, Romano Prodi e Walter Veltroni, avevano esortato “il campo largo” a non stravolgere il significato del “no” al referendum sulla Giustizia, espresso da un elettorato composito; non sono stati ascoltati. Analogamente disattese le richieste della priorità al programma condiviso del centro-sinistra, anziché alle primarie. Ed al convegno critico dei cattolici-democratici guidati da Delrio, la segretaria ha risposto: nel Pd c’è posto per tutti, ma la linea è unica (la sua!).

In realtà il nodo irrisolto è la contesa per Palazzo Chigi tra Conte e la Schlein, mentre ogni partito sta raccogliendo le sue proposte programmatiche, in attesa di un “tavolo unico”. Emblematica “l’uscita” dell’eminenza grigia del Pd, Franceschini, già consigliere di Renzi e Letta, oggi della Schlein. Diversamente dalla proposta ufficiale del centro-sinistra contro la riforma elettorale della Meloni, l’ex ministro della Cultura propone il confronto con il governo, con l’obiettivo di evitare “il pareggio”, che ridarebbe vita alle larghe intese promosse recentemente da Napolitano e Mattarella.

In concreto sia la Meloni sia la Schlein sembrano orientate alla scelta politica radicale: vittoria o sconfitta, senza chiedersi se il grado di omogeneità dei Poli consentirebbe una vera governabilità.Nel destra-centro non c’è intesa tra l’europeismo dei Forzisti (spinti al centro dal neo-protagonismo di Marina Berlusconi) e l’ultra-destra di Vannacci, agli antipodi di Bruxelles, vicina a Mosca e agli “odiatori” di Trump. Il “campo largo” è in difficoltà nello stendere la ricetta prodiana dell’intesa tra riformisti e radicali, con una posizione molto autonoma dei “pentastellati”, reduci da intese di governo diverse, prima con la Lega poi con il Pd.

Cambiare il sistema elettorale non risolve i problemi politici, se prima i poli non si danno una effettiva compattezza. Le esigenze personali dei leader sono comprensibili, ma il “bene comune” domanda soluzioni più complesse, in uno scenario geo-politico senza precedenti.