Che Spagna e Portogallo stiano preparando un divieto di accesso ai social network per i minori di 16 anni mi trova, in linea di principio, favorevole. Non perchè mi illuda che basti una legge a risolvere un problema così complesso, ma perché finalmente si oggettiva una realtà: i social non sono spazi neutri, né innocui. Sono ambienti culturali che finiscono per orientare comportamenti, catturare attenzione, costruire visioni ideologiche del mondo. Lasciare bambini e preadolescenti da soli dentro questi ecosistemi presuppone implicitamente chiedere loro una maturità che ancora non hanno.

Il mio favore, però, non è acritico. Il primo punto di scetticismo è molto concreto: come si rende effettivo un limite di questo tipo? Pensare che un quindicenne non sia in grado di aggirarlo significa non aver compreso la nativa competenza digitale delle nuove generazioni. Le proposte di sistemi di verifica più stringenti aprono a loro volta interrogativi enormi su privacy, controllo e responsabilità delle piattaforme. È probabile che il divieto resti più dichiarato che messo in pratica.

Un secondo nodo riguarda la formazione. Vietare non basta, reprimere non è tutto; sarebbe più lungimirante educare a un uso consapevole dei social, sviluppare spirito critico, capacità di lettura tra le linee dei contenuti, una sorta di anticorpi culturali. Ma chi dovrebbe farsene carico? Le famiglie, sempre più sole, fragili e diseguali? La scuola, già caricata di funzioni che vanno ben oltre l’istruzione, senza risorse adeguate né personale formato? Parlare di educazione digitale sulla carta è puro volo pindarico, e per questo poco utile.

In Italia, dove una “maggiore età digitale” non esiste, il problema assume una forma forse ancora più insidiosa. Che i social sostituiscano la vita relazionale dei giovani è parzialmente vero, anche se ci ricordiamo solo gli estremi catastrofici. Sempre più spesso però diventano il loro principale, se non unico, strumento di informazione. Per un bambino in formazione questo significa imparare come funziona il mondo attraverso algoritmi che sottobanco strutturano la visione del mondo, semplificano la complessità, trasformano le piattaforme in megafoni di polarizzazione e in imbuti di ideologie, da ingurgitare rigorosamente a stomaco vuoto, com’è d’altronde quello di un bambino.

È qui che la discussione dovrebbe concentrarsi. Non solo su cosa vietare, ma su quale idea di crescita, di responsabilità adulta e di mediazione siamo disposti a sostenere. Perché lasciare tutto com’è, oggi, non è una posizione neutra. È già una scelta, e purtroppo vincente per chi detiene il controllo di questo nuovo mondo.