Foto: Abbazia di San Colombano, comune di Bobbio
L’anno 969 il nobile svevo Roberto, miles al servizio di Berengario II, condusse il piccolo figlio Guglielmo a un monastero che sorgeva nel territorio dell’attuale Crescentino. Intelligente e aperto ai valori spirituali, Guglielmo si sentì attratto alla vita monastica e abbracciò la regola di san Benedetto.
Il monastero di San Michele Arcangelo, che non si deve confondere con l’abbazia di Santa Maria di Lucedio, fondata dai cisterciensi nel 1123, già esisteva nel 707, quando il re longobardo Ariperto II lo confermò al vescovo Emiliano di Vercelli, assegnandogli alcune proprietà fiscali. Ma prima di esso e, a maggior ragione, prima della fondazione dell’abbazia di Fruttuaria (1003), erano sorti diversi monasteri, soprattutto benedettini.
Il più antico di cui si abbia conoscenza è Santo Stefano di Vercelli, che sarebbe stato fondato nel VI secolo in seguito alla visita di san Mauro, un discepolo di san Benedetto, che vi avrebbe anche operato un miracolo; ma il primo documento riguardante questa abbazia è dell’anno 806. I suoi resti sono stati scoperti nell’area tra il castello del Beato Amedeo e S. Maria Maggiore.
L’abbazia di S. Stefano giunse fino al 1462, quando fu data in commenda. Agli inizi del VII secolo il monaco irlandese san Colombano fondò l’abbazia di Bobbio, che venne ristrutturata nel secolo seguente al tempo di Ariperto II; ma il merito della sua fondazione è attribuito al re Agilulfo e alla regina Teodolinda.
Bobbio esercitò un forte influsso sulla vita religiosa della parte meridionale dell’odierno Piemonte. Del VII secolo, infatti, è l’abbazia di San Costanzo de Canneto (Villar San Costanzo), fondata ad opera di Ariperto I, oppure di Ariperto II. Da essa derivò l’abbazia, oggi meglio conservata, di San Costanzo al monte.
Ai monaci provenienti da Bobbio venne poi affidata l’abbazia dei Ss. Pietro e Colombiano a Pagno, fondata tra il 749 e il 756 da un altro re longobardo, Astolfo. Essa fu a lungo la più florida abbazia del Saluzzese. Pure di età longobarda, ma ricordata per la prima volta in un atto del 902, è l’abbazia di San Dalmazzo di Pedona, ai piedi delle Alpi Marittime.
Queste fondazioni rispondevano anche a un calcolo politico dei sovrani longobardi. Costruite a ridosso delle valli alpine meridionali, avevano una funzione strategica nei confronti delle vie che del Piemonte sud-occidentale conducevano alla Liguria e alla Provenza.
Ai Franchi, invece, si deve l’abbazia dei Ss. Pietro e Andrea alla Novalesa, presso il valico del Moncenisio, fondata nel 726 da Abbone, signore della Moriana. Al regno dei Franchi già apparteneva l’intera valle di Susa. Alla Novalesa si adottò inizialmente una regula mixta tra quella di San Colombano e quella di San Bene-detto. In seguito, assecondando Ludovico il Pio, successore di Carlo Magno, l’abate Benedetto d’Aniane (+. 821 ca.) riuscì a imporre la regola benedettina in tutti i monasteri dell’impero carolingio.
Il periodo di maggiore fioritura della Novalesa si ebbe con il successore di Benedetto, sant’Eldrado, al quale è dedicata una delle cappelle del monastero (affreschi del sec. XI). Per scampare alle scorrerie dei saraceni nel 906 i monaci ripararono a Torino presso la chiesa di Sant’Andrea (oggi santuario della Consolata), portando in salvo i codici della biblioteca. Qualche anno dopo si trasferirono nella Lomellina, dove fondarono il monastero di Breme. Di qui, in seguito, alcuni monaci andarono a ripopolare l’abbazia della Novalesa. Nel 1646 ai benedettini subentrarono i Cisterciensi.
Quando il Piemonte venne occupato dalle truppe rivoluzionarie francesi (1798) i monaci furono espulsi dall’abbazia, ma dopo la caduta di Napoleone vi ritornarono e vi rimasero fino alla soppressione dell’abbazia e all’incameramento dei beni ecclesiastici (1855).
La Novalesa riprese vita nel 1972, quando la provincia di Torino l’affidò ai benedettini dell’isola San Giorgio di Venezia, che vi fecero rifiorire la vita monastica. L’intero complesso abbaziale è stato rivalorizzato grazie alle campagne di scavo e all’opera di restauro promosse dalle diverse Sovrintendenze. Il 30 gennaio 2026 si celebrerà il 13° centenario della fondazione dell’Abbazia.
Non solamente i sovrani longobardi e quelli franchi; anche i vescovi promossero la fondazione di monasteri. Tra l’VIII e il IX secolo, lungo la strada in sponda destra del fiume Po che collegava Torino con Vardacate, ossia Casale, sorse l’abbazia di S. Maria in Pulcherada (lat. pulcra rada, porto fluviale). In un documento del 991 si legge che in precedenza era stata distrutta da “uomini cattivi”: i Saraceni, a meno che si trattasse di masnade agli ordini del marchese. Della chiesa primitiva, diventata la parrocchiale di San Mauro Torinese, rimangono resti significativi: l’antica abside centrale, una porzione della navata sinistra e il campanile (della prima metà del secolo XIII).
In un documento del 985 il monastero di San Pietro, situato nell’angolo sud-occidentale della città di Torino, è detto già vetus. Nella carta di fondazione dell’abbazia dei Ss. Solutore, Avventore e Ottavio (1006), anche questa in Torino, il vescovo Gezone le assegna il monastero di San Martiniano di Brione, oggi frazione di Val della Torre, citato in un documento del 904. Esso sorgeva nella parte pianeggiante della valle del Casternone, attraversata da strade che conducevano da un lato a Torino e alla valle di Susa, dall’altro, attraverso il Canavese, a Ivrea e Vercelli.
Al monastero maschile, che andò in rovina attorno all’anno 1000, era legato quello femminile di S. Maria, citato per la prima volta in un documento datato 1118, che raggiunse il massimo dello splendore nei secoli XIII e XIV. La sua chiesa, che risale agli inizi del XII secolo, è diventata chiesa parrocchiale, intitolata a Santa Maria della Spina. A Tortona, intorno alla metà del sec. X il vescovo Giseprando, abate di Bobbio e già cancelliere dei re Ugo e Lotario, fondò a l’abbazia dei Ss. Pietro e Marziano. Ad Acqui, per volontà del vescovo Dudone, agli inizi del secolo XI l’antica basilica di san Pietro divenne monastero benedettino.
Anche i marchesi furono attivi nella fondazione di monasteri e generosi nel provvedere loro possedimenti e rendite. Nel 908 il re Berengario I conferma al cenobio benedettino dei Ss. Fabiano e Sebastiano di Fontaneto d’Agogna, nel Novarese, tutti i beni assicurati dal suo istitutore, il conte Gariardo, vicecomes di Adalberto, marchese di Ivrea. L’abbazia di S. Salvatore a Grazzano (Asti) sarebbe stata fondata nell’anno 912 dal conte Guglielmo, padre di Aleramo; ma più verosimilmente tra il 950 e il 960 dallo stesso Aleramo, che la dotò di tre “curtes” e dieci “massaricia” (ossia cascine).
Di fondazione aleramica è anche Santa Maria di Azzano, a sud-est di Asti, attestato nel 952 da un diploma di conferma di Berengario II. Anselmo, figlio del marchese Aleramo, fondò nel 991 il monastero di San Quintino di Spigno, nell’Alto Monferrato, allo scopo di contrastare le scorrerie e di offrire un rifugio ai pellegrini sulla via Savona-Acqui. Se alla fondazione delle abbazie non era talora estraneo un calcolo politico, non si deve sottovalutare il fatto che esse andavano incontro alla sincera ricerca di una vita radicalmente ispirata al vangelo e consacrata al servizio di Dio.
“Nell’alto medioevo i monasteri sono centri di spiritualità e di aggregazione religiosa e, spesso, perni dell’azione missionaria nelle non poche regioni solo superficialmente cristianizzate nelle epoche precedenti; sedi privilegiate della cultura, sono anche potenze economiche, nella misura in cui la loro presenza patrimoniale ne fa i fulcri dell’organizzazione e dello sfruttamento del territorio, la cui sfera di influenza si estende alla vita politica e sociale, un vero e proprio kosmos altamente differenziato per spiritualità, scienze ed economia” (Gisella Cantino Vataghin, Monasteri piemontesi dalla tarda antichità al medioevo, p. 161).



