Vivaci cronache di vita politica e sociale nelle vicende castellamontesi narrate dal Risveglio di cent’anni fa

(Attilio Perotti)

CASTELLAMONTE – In modo del tutto fortunoso mi sono trovato tra le mani il volume che conserva le copie del Risveglio Popolare del 1920 e – poiché in effetti l’espressione ”cent’anni fa…” ha sempre avuto per me un fascino irresistibile – non mi è parso vero poter “dare la caccia” alle scarne notizie riguardanti la mia Castellamonte.

Il settimanale utilizza lo stesso espediente dei concorrenti – vale a dire un trafiletto preceduto dalla formula “Ci scrivono…” – per documentare gli avvenimenti del territorio (nello specifico, Castel-lamonte e frazioni). Queste brevi cronache talvolta sono siglate con dei “nom de plume”, in altri casi non sono firmate affatto. Comunque pare di poter avanzare l’ipotesi che “Il Risveglio Popolare” nell’anno d’esordio potesse contare su una sorta di “corrispondente” nascosto (per noi oggi, ma probabilmente non per i lettori dell’epoca) sotto lo pseudonimo di “Spectator” per quel che riguarda il capoluogo e di un altro che amava firmarsi “Bulot” per le cronache della frazione San Giovanni.

In effetti di quanto accaduto nelle altre borgate non veniamo a sapere praticamente nulla, con l’unica eccezione del testo col quale abbiamo pensato di dare inizio a questa breve disamina. Intitolato, in grassetto, “In memoriam” e non firmato, dà conto, a funerali avvenuti, del decesso di don Savino Deiro, cappellano della frazione Sant’Antonio. Né la Sentinella né il Corriere Canavesano riportarono la notizia che invece poteva interessare gli ambienti cattolici castellamontesi e non solo, visto che il defunto, un 65enne “sorpreso da crudo malore” (il che farebbe escludere un decesso causato dalla spagnola) in precedenza aveva assolto le sue funzioni a Ronco, al Berchiotto e a Montpont.

Meno drammatiche invece le corrispondenze da San Giovanni dei Boschi, la frazione isolata che più di ogni altra, proprio per la sua collocazione geografica, sembrava vivere una realtà disgiunta da quella castellamontese.

In una prima corrispondenza il già citato “Bulot” informa che il compaesano Martino Marta, a quasi tre anni dagli eventi, è stato decorato di medaglia di bronzo; si era distinto per coraggio e abnegazione nel suo ruolo di “telefonista di una batteria” sull’Altipiano di Bainsizza il 24 ottobre 1917.

Più specificatamente legata agli ambienti propri dei lettori del Risveglio la seconda corrispondenza, grazie alla quale i lettori dell’estate 1920 appresero della venuta nella frazione della Contessa Deiordanis al fine di “costituire una sezione delle Donne e Giovani Cattoliche” (e a quel che si legge, la sua conferenza ottenne gli effetti sperati).

Vi è infine un terzo trafiletto che ci pare opportuno riportare integralmente. Privo di firma, inserisce anche la realtà della San Giovanni del 1920 in un contesto più ampio, non dissimile da quello del Capoluogo e dell’intero Canavese, legato alla scadenza delle “Elezioni provinciali” (questo lo scarno titolo). “Quale popolazione ha maggior interesse alle elezioni provinciali del nostro Mandamento? Certamente quella di San Giovanni, poiché tiene in corso d’approvazione l’appalto della strada tendente a Pramonico-Castellamonte. Ora il geom. Cav. Revelli che già ebbe a collaborare col geometra cavalier Milano per l’allestimento del progetto, ne conosce ogni particolare, è la persona più indicata a far valere i nostri interessi in avvenire. Sul nome suo devono quindi convergere tutti i voti. Elettori di San Giovanni se avete a cuore realmente l’interesse principale della vostra frazione, dalla vostra strada, non lasciatevi illudere da false promesse né corrompere da una cena o da un bicchiere di vino, ma votate compatti per colui che sa e può far valere i nostri interessi come già aveva fatto il compianto ingegnere Gozzano”.

In effetti, come vedremo, la campagna elettorale per le Provinciali è il punto di contatto tra San Giovanni e Castellamonte nell’ottica del Risveglio; ma in precedenza vi sono anche altri aspetti della realtà cattolica castellamontese del 1920 che emergono dalle pagine del periodico.

Su tutte, spicca per quantità se non per qualità, il resoconto della vita associativa del Circolo “Virtù e Lavoro” che nella primavera inaugurava la sua bandiera (bianca) in una cerimonia, illustrata dai discorsi del Presidente della Federazione Giovanile Circoli Cattolici Oberto e da quello del Consiglio Regionale, alla quale “partecipò la parte migliore della popolazione”.

L’articolo non è trascurabile per altri due motivi: il riferimento al ruolo rilevante svolto dall’arciprete don Bronzini e la prospettiva che a breve analogo Circolo potesse nascere nella frazione di Spineto.

All’inizio del mese di luglio “Il Risveglio” dà conto ai suoi lettori dell’esito delle elezioni annuali del Direttivo (Presidente, Consiglieri, Segretario, Tesoriere) del suddetto Circolo. Pensiamo sia un infortunio del proto e non dell’anonimo corrispondente la storpiatura in “Normengo” del nominativo del presidente, che con ogni probabilità poteva essere quel Camillo Fornengo, successivamente tra i maggiori fautori dell’attività teatrale castellamontese.

Non meno importante del Circolo è, per il Risveglio, l’attività della sezione locale del Partito Popolare: nel maggio il Presidente della medesima “venne decorato con la Croce della Corona d’Italia”. Riportiamo, non integralmente, parti dell’articolo non firmato (che ci ripropone anche i due sacerdoti già menzionati) che dà conto della cerimonia.

“La sera del sabato, 8 maggio, i membri del Partito, per festeggiare il neocavaliere, gli offrirono una cena alla quale intervenne uno stuolo numeroso di soci per attestare gli altri sentimenti di ammirazione e di stima con una festa schiettamente famigliare. Alla fine del banchetto il segretario Giuseppe Orso, felicitandosi col festeggiato, ne illustrò le doti non comuni e le innumerevoli benemerenze. L’arciprete Don Bronzini con indovinate parole e fra l’ovazione generale appuntò le insegne cavalleresche sul petto del Cavaliere. Il cappellano don Deiro non dimenticò di portare la nota allegra con un brindisi di circostanza”.
Di chi si parla? Dell’egregio dottor Isidoro Ottini, “una vita raccolta in un lavoro attivissimo in favore dei nostri contadini e del nostro patrimonio zootecnico”.

Come dicevamo però, più della attività del Circolo e dello stesso Partito stanno a cuore al Risveglio le sorti della competizione elettorale che interessa Castellamonte (e le sue frazioni) in collegamento con Agliè. Sappiamo già il motivo per cui i sangiovannesi avrebbero dovuto votare il Cav. Revelli; vediamo ora come lo stesso candidato venne presentato sulle colonne del Risveglio agli abitanti del capoluogo, in due distinti articoli. “La maggior parte dei castellamontesi – si legge nel primo trafiletto, firmato “Edera” – non conosce come al suo concittadino Geometra Revelli, sia stata, da molti anni e precisamente quando fu Sindaco e presidente della congregazione di carità, conferita l’onorificenza di cavaliere della corona d’Italia. Da molto tempo conoscevano quale e quanto soverchia fosse la di lui modestia, perciò non ci meraviglia che egli abbia sempre gelosamente nascosto il titolo che si è così ampiamente meritato. Sap-piamo ora che gli venne offerta, anzi imposta la candidatura a consigliere provinciale e che gli avversari, i quali prevedono la di lui vittoria, hanno esperito tutti i mezzi per costringerlo a ritirarsi. Ma egli, che non ha fatto un passo avanti, non può farne uno indietro. Sono gli elettori dei due Mandamenti che lo hanno cercato, che lo vogliono e che lo faranno trionfare”.

Un secondo brano, titolato “Elezioni provinciali” e firmato “Molti elettori”, recita invece: “Sotto la presidenza del cavalier dottor Ottini si riunirono in Castellamonte tutti i rappresentanti delle sezioni del P.P.I. dei Mandamenti di Agliè e Castellamonte. A voti unanimi venne proclamato la candidatura del geometra cavalier Revelli. Tutti gli elettori lo conoscono da circa mezzo secolo ed hanno numerose volte sperimentato la di lui probità ed onestà, congiunta a soverchia modestia. In tutti i comuni dei due Mandamenti egli conta numerosi e fedeli amici; possiamo anzi affermare senza tema di smentite come tutti gli elettori abbiano sempre ammirato la sua operosa attività e coscienziosità sino allo scrupolo. Non vi è famiglie in cui egli non abbia prestato l’opera sua disinteressata e coscienziosa e che perciò non gli sia amica. Con un passato così esemplare la di lui vittoria è arcisicura”.

Se non siete stati abbagliati dalla statura del candidato, non vi sarà sfuggito il riferimento alle trame di innominati avversari ai suoi danni; ci risulta impossibile, ad un secolo di distanza, fornire ulteriori dettagli (tranne forse l’esito delle votazioni, che per Revelli furono un disastro).

Possiamo però provare a contestualizzare la vicenda nello specifico canavesano del periodo. Avversari dei cattolici, soprattutto quando si manifestavano politicamente sotto le bandiere del Partito Popolare, erano indiscutibilmente “i rossi”, protagonisti a livello nazionale nel biennio 1919-1920 di una serie di agitazioni politiche e sindacali ritenute dai più la premessa (auspicata o temuta) di una rivoluzione di stampo bolscevico. “Rossi” erano a quel tempo gli amministratori di Castellamonte, che certo non si prodigarono per il successo elettorale di Revelli.

E come indiscutibilmente “rossi” furono additati i protagonisti dell’episodio (già menzionato nell’articolo apparso in questa stessa pagina la scorsa settimana), in cui un drappello di “popolari” castellamontesi e altocanavesani funge da sfortunato comprimario.

“Montalenghe: La teppa rossa” è il titolo dell’articolo, pubblicato senza firma.

“Mentre i nostri giovani alla spicciolata se ne tornavano al loro paese col cuore riboccante di gioia e di entusiasmo e con l’anima compresa dalle magnifiche parole di fede, di libertà e di amore cristiano udite dai nostri propagandisti, lieti e felici per la giornata di vera fratellanza vissuta a Strambino, dovevano avere una dolorosa sorpresa. A Montalenghe una vera fiumana di popolo evoluto, uomini, donne, giovinastri, ragazzacce e bambini attendevano sulla strada i nostri giovani, a cui volevano infliggere una severa lezione per aver osato recarsi alla festa dei Pipì a Strambino!”. La cronaca riferisce che “I primi ad esperimentare la rabbia dei rossi di Montalenghe furono quelli di Castella-monte e Cuorgnè in camion e di Spineto in bicicletta, i quali da quella ciurmaglia indegna di vivere in nazione civile, vennero accolti da urla feroci, sbalzati dalla bicicletta, fatti segno ad una fitta sassaiola ed anche minacce con armi da fuoco. Vennero poi quelli di San Giusto che ebbero lacerata la bianca bandiera, poi quelli di Rivarolo, dei quali il sessantenne Borgialli Vincenzo riportò due ferite al capo da sassi e infine quelle di San Giorgio che ebbero insulti e minacce di ogni genere”.

“La cosa non deve recare meraviglia perché l’educazione che i rossi ricevono dai loro maestri (!?) può ed ha spesso trascinate le masse a conseguenze anche più disastrose. Ma ciò che più meraviglia è l’aver constatato come tutta quella massa di popolo incivile e selvaggio abbia avuto la costanza di sostare per quasi tre ore nella strada ad attendere i nostri organizzati come l’assassino attende il viandante all’agguato per aggredirlo e come atti simili di barbarie abbiano potuto consumarsi in pieno abitato, di pieno giorno, per tanto tempo senza che nessuna autorità del paese abbia preso provvedimenti. Vili! Non hanno avuto il coraggio di presentarsi a Strambino, ove i nostri erano molti; hanno invece avuto la bravura di assaltare, insultare pochi tranquilli, inermi in parte anche donne. Ci sentiamo in dovere di additare i prodi, i coraggiosi, i civili, gli evoluti di Montalenghe alla pubblica ammirazione!!”.

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