1991: echi della Guerra nel Golfo sul Carnevale (e sul Canavese)

Il clima sospeso e l’accaparramento indiscriminato di generi alimentari di questi giorni, rimanda la memoria ad atteggiamenti analoghi successi nel 1991 anche in Cana-vese. La prima Guerra del Golfo scoppiò il 2 agosto 1990 e si trascinò fino al 28 febbraio 1991, anno in cui il Carnevale di Ivrea fu un Carnevale di Guerra, anche per la grande azione mediatica dell’operazione “Desert Shield”, con l’inizio di una nuova era del reportage di guerra televisivo, soprattutto. Conflitto che vedeva una coalizione di 53 nazioni capitanate dagli USA (Italia compresa) schieratasi a combattere contro l’Iraq, lo Yemen e il supporto dell’OLP. Una risposta schiacciante all’invasione del piccolo stato del Kuwait da parte di Saddam Hussein, dittatore che mirava all’annessione del piccolo emirato per la grande ricchezza petrolifera e per attuare una prova di forza con gli Stati Uniti impegnati in una ambigua politica mediorientale.

Sui numeri del Risveglio Popolare dell’epoca, quelli dal 31 gennaio al 7 marzo, rileggiamo tutta l’ansia di una guerra che seppur lontana, colpiva – mediaticamente – anche il vivere quotidiano locale. In Canavese l’Esercito italiano presidiava in forze i punti sensibili come la centrale di smistamento Enel del Nord-Ovest a Torrazza Piemonte, nei pressi della frazione Mandria di Chivasso. In tutte le case erano entrate le drammatiche immagini del capitano navigatore Maurizio Cocciolone, “mostrato” come trofeo dalla Tv irachena: era stato catturato nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1991 insieme al suo pilota, il maggiore Maurizio Bellini, entrambi dell’Aeronautica Militare Italiana, dopo l’abbattimento del loro cacciabombardiere Tornado (l’unico su 30 velivoli a compiere la missione in solitaria, poiché tutti gli altri fallirono il rifornimento aereo per le avverse condizioni meteo) da parte della contraerea irachena mentre era impegnato nel bombardamento di unità della Guardia Repubblicana di Saddam.

Quell’anno il Carnevale a Ivrea venne ridotto nel suo programma in nome della sobrietà richiesta dalle circostanze: il 25 gennaio il Consiglio comunale deliberò di ridurre il programma riducendo alla sola manifestazione “storica”, un indirizzo peraltro condiviso dallo stesso Con-sorzio dello Storico Carnevale, che aveva fatto da tramite con le squadre di aranceri a piedi e dei carri da getto. Furono cancellati la presenza dei gruppi folcloristici, lo spettacolo pirotecnico del sabato sera, il veglione ufficiale della Mugnaia.

Anche il corrispondente da Chivasso, Moreno Pescara, rendeva conto della situazione del Carnevalone e della sua riduzione, con la conferenza stampa del sindaco che annunciava l’abolizione del corso mascherato dei carri allegorici dopo una “lunga meditazione” con la Pro Loco L’Agricola. Si era ritenuto di cancellare tutte le sfilate previste nel territorio comunale sulla base di due considerazioni: “l’impossibilità pratica di garantire un’adeguata sorveglianza da parte delle forze dell’ordine, che rassicuri il tranquillo svolgimento delle sfilate” e “l’inopportunità di tali esagerate manifestazioni di gioia mentre la Nazione è di fatto coinvolta in una guerra”. Le notizie dai centri minori, relative ai carnevali di Montanaro e San Giorgio non riportavano invece riduzioni annunciate ai rispettivi programmi previsti.

Grande l’impegno del nostro giornale a scuotere le coscienze sulla pace, al quale si dedicava ad esempio l’intero inserto “Aisberg (Iceberg)” curato dalla Pastorale Giovanile, in cui si evidenziava la “guerra parallela” condotta dai “media”. Già allora il giornale delineava tre fronti di pensiero: i filo-americani, i filo-iracheni e quelli che stavano con il Papa, cioè con la pace. Essendo nazione in guerra l’eventualità di essere richiamati alle armi era concreta e il Risveglio Popolare forniva i numeri di telefono della Sinistra Giovanile, che dava l’assistenza legale gratuita agli obiettori. Si informava anche che la guerra all’Italia era già costata 475 miliardi di lire con un supplemento di 242 miliardi di lire per coprire l’operazione fino a tutto marzo 1991.

Ma tra le tante riflessioni, colpisce quella dell’editorialista dell’inserto a firma “Jacob”, che preannuncia sinistramente ciò che diverrà realtà esattamente vent’anni dopo: “(…) Il primo campo di battaglia mi sembra quello dell’informazione. Da sempre la guerra e i potenti che la conducono, hanno cercato di conquistare la verità e, soprattutto, il modo di dire la verità (…). Una guerra vera, in cui la maggior parte del territorio e delle armi sono in mano al nemico e da cui ci si può difendere solo con una guerriglia di resistenza.

Come i partigiani, per vincer la battaglia dell’informazione, dobbiamo combattere in un territorio occupato, con una resistenza passiva, in base ad una ideologia scelta prima e mai messa in dubbio. Il rischio è molto grosso perché il rischio del fanatismo è grande (…)”.

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