8 marzo 2018. Medea, donne (e uomini) e drammi di oggi

Corifea: “Oserai dunque uccidere il tuo seme?”
Medea: “Sarà il più grave morso per lo sposo”

Eschilo lo sapeva, lo sapeva e lo ha scritto. Lo ha chiarito per tutti, affinché fossimo tutti a conoscenza che se si vuole far soffrire una persona bisogna ucciderne i figli. I figli di Medea erano disperati perché la madre minacciava la loro sopravvivenza.
Medea non è solo una donna: Medea rappresenta un dolore, rappresenta la vendetta, rappresenta la solitudine, rappresenta il riscatto. Medea cerca pietà e non la trova, cerca casa ma si sente esiliata, cerca di porre fine ad un passato che non riesce a tenere in sé.
I figli non sono solo un legame con il passato, sono anche la merce di scambio, sono anche il valore che quel passato ha avuto. Se quel passato va eliminato, se l’errore va cancellato allora bisogna eliminare tutto.
Medea oggi ha tante sembianze: quelle di uomini e di donne che fanno pagare ai figli lo scotto di scelte di vita che li hanno resi infelici. Medea ha la faccia dell’infelicità, di chi va contro ogni logica per affrontare un evento della propria vita. Di chi si sente senza scampo.
Medea desidera farla pagare a Giasone e questo è lo scopo di quella esistenza. Poi tutto si può chiudere, tutto può finire. Consa-pevole che quell’uomo avrebbe convissuto per sempre con il dolore della morte dei figli. Poco importa se tutti l’hanno pensata una folle: Medea ignora ogni appellativo, ha il suo piano, lo costruisce nel dolore e nella solitudine e lo porta avanti fino alla fine.
Medea è anche quell’uomo che, poco tempo fa, ha ucciso le figlie e se stesso e solo “per errore” la moglie è sopravvissuta.
Accade ancora oggi che i figli paghino gli errori dei genitori, e che i genitori alterino il significato della parola “protezione”.
Le persone che non denunciano non proteggono se stesse e i loro figli; le persone che si separano sono fragili e hanno bisogno di attenzione, di accompagnamento, di sostegno; chi si rivolge alle forze dell’ordine ha bisogno di ascolto e di sorveglianza.
Un’altra volta abbiamo fallito il nostro compito, il compito di essere comunità intorno ad un nucleo familiare fragile. Il compito di una comunità è quello di offrire se stessa, ogni parte di se, a sostegno di chi è bisognoso di aiuto.
Altrimenti non siamo diversi dal coro greco che non può fare altro che descrivere quanto accede senza poter intervenire fattivamente, che preannuncia e accompagna una tragedia.
Quella famiglia aveva bisogno di aiuto. Ognuno di loro per se e tutti insieme. Aveva bisogno di aiuto quell’uomo che ha progettato tutto, nei minimi passi, che ha lasciato lettere con disposizioni sul da farsi, che ne ha previsto i costi e le persone che potevano “sistemare tutto”. La famiglia l’ha coinvolta, ma solo nel finale, solo quando il danno era fatto. Avevano bisogno di aiuto quelle bambine, avevano bisogno di un futuro, di poter proseguire la loro vita senza paura.
Anche quella donna aveva bisogno di aiuto, aveva bisogno di aiuto per staccarsi da un uomo violento, un uomo che spesso aveva calpestato la sua dignità di essere umano. Aveva bisogno di credere in una possibilità vera, di poter pensare che si sarebbe potuta rifare una vita con un lavoro, delle amicizie, delle scuole nuove per le figlie e dei negozi nuovi dove acquistare il pane. Ora avrà bisogno di aiuto per sopravvivere a tutto questo.

cristina terribili
psicologa, psicoterapeuta