Caritas: quanto e come aiutiamo

Ad inizio anno si è soliti “dare i numeri” del lavoro svolto nei dodici mesi precedenti: i famosi bilanci, quelli economici, quelli delle statistiche, del fatto o non fatto. Diventa sempre più consuetudine – anche nell’ottica di soddisfare meglio i donatori facendo loro sapere non solo “quanto” ha inciso la donazione ma anche “come” hanno inciso i progetti finanziati (piccoli o grandi) sul cambiamento delle condizioni di vita di chi ne ha beneficiato – redigere i “bilanci sociali” che, per semplificare, cercano di definire anche gli esiti di un intervento piuttosto che un altro, avendo ovviamente determinato il punto di partenza di una situazione e il punto previsto di arrivo. I bilanci sociali si stanno diffondendo sempre di più anche se richiedono nel corso del progetto o dell’anno di esecuzione un costante monitoraggio non soltanto dei dati economici e finanziari.

Tra i destinatari dell’8×1000 della diocesi di Ivrea c’è la Caritas diocesana, presieduta dal diacono Emiliano Ricci, che come consuetudine a inizio anno nuovo presenta i dati del lavoro fatto nel 2018, anche grazie alle integrazioni ottenute da fondi privati, fondi della Fondazione Comunità del Canavese, della Compagnia San Paolo e del Rotary Club di Ivrea oltre che quelli dei mercatini solidali e delle molte raccolte. Gli impegni a cui la Caritas diocesana deve far fronte sono notevoli e il territorio coperto è assai vasto; dalle parrocchie di Ivrea (Cattedrale, S. Giovanni, S. Grato e S. Bernardo) e quelle di Banchette, Borgofranco, Montalto Dora, Cascinette, Pavone e altre 27 con interventi minori.

La parte del leone nelle voci di spesa se la sono aggiudicata gli aiuti economici erogati direttamente (mai con la donazione di contanti, ma facendosi carico in toto o in parte del pagamento di bollette o fatture). Il fatto non costituisce una sorpresa, secondo Ricci, “perché il perdurare della crisi economica ha fatto crescere il numero di nuclei famigliari che stentano ad arrivare a fine mese”. Caritas opera concretamente attraverso la onlus Agape che impiega tre operatori attorno ai quali ruotano una settantina di volontari (ma qualcuno in più, magari un pochino più giovane di quelli attualmente disponibili, non guasterebbe per aiutare in quei servizi che richiedono anche energie fisiche e nuovi slanci di impegno concreto).

Il punto di accesso agli interventi della Caritas passa per il delicato momento dell’ascolto che serve per capire, per intercettare il disagio, per orientare all’aiuto e mettere in campo le soluzioni adatte. Il diacono Ricci ci parla della buona collaborazione con i servizi sociali del territorio, i Consorzi, le altre Associazioni impegnate nel sociale sia cattoliche che laiche; tutte realtà che contribuiscono secondo le specificità a dare una risposta la più aderente possibile alla realtà. I volontari dei centri di ascolto della Caritas hanno accolto mille300 persone che nel 75% dei casi sono senza reddito da lavoro o titolari di pensioni irrisorie. Le maglie attraverso le quali queste persone accedono agli aiuti sono un po’ più larghe dei soliti 3mila euro annui di reddito massimo posti come limite dal pubblico, perché – si sa – un nucleo famigliare di più componenti non può comunque ritrovarsi in una situazione confortevole con così pochi denari di cui disporre. Ecco quindi gli interventi per contribuire a pagare le utenze di luce e gas che hanno assorbito qualcosa come 61mila euro nel 2018, gli affitti per oltre 4mila euro e poi i bisogni quotidiani dalle visite specialistiche, ai medicinali, dai trasporti al cibo alla scuola.

Impegno importante per la Caritas diocesana è la “Mensa di fraternità” che richiede impegno, energie, denari e molta iniziativa. Martedì, mentre facevamo il punto dei servizi erogati nel 2018, seduti ad un tavolo della mensa c’erano una trentina di persone: giovani e meno giovani, uomini e donne, italiani e stranieri… ed è così ormai tutti i giorni. Il cibo è buono, curato, distribuito con gentilezza, i locali belli e puliti perché anche il bello vuole la sua parte e sazia lo spirito quanto il risotto ai piselli, panna e prosciutto e i medaglioni al formaggio, gli spinaci e la purea saziano lo stomaco. Ce n’è per tutti, in abbondanza. La mensa è aperta solo a pranzo e questo resta un cruccio per il diacono Ricci “ma siamo riusciti ad aprire anche al sabato, non ancora alla domenica perché non abbiamo personale né volontari che possono preparare, distribuire e riassettare i locali”. Il cibo è quello non consumato dalle mense – scolastiche e non – del territorio e donato gratuitamente: ci pensano la ditta Alessio, la mensa Cibò (GMI Servizi srl e CM Service srl) e la mensa dell’ospedale di Ivrea della SMILE Service srl. Nel 2018 la “Mensa di fraternità” della Caritas ha distribuito 8072 pasti su 288 giorni di apertura, per una media di 28 utenti al giorno.

Caritas raccoglie tutti i giorni da quattro supermercati (il Carrefour di Burolo e i Bennet di Ivrea, Pavone e Castellamonte) gli alimenti a breve conservazione: nel 2018 ne sono stati raccolti e distribuiti per 141mila euro, ciò che può tranquillamente – e sorprendentemente – definirsi come una lotta allo spreco di alimenti ancora commestibili, in aumento dell’11.72% rispetto al 2017. D’altra parte ce n’è bisogno perché l’anno scorso sono stati contati 2.402 accessi alla distribuzione di alimenti freschi di 228 nuclei; per gli alimenti a lunga conservazione (il cui maggior fornitore è il Banco Alimentare) gli accessi sono stati 3.451 per 194 nuclei famigliari.

Se la mensa è in funzione dal 10 gennaio 2017, il servizio dormitorio è in piedi da oltre 20 anni. Una persona si ferma in media 29 giorni, gli ospiti sono stati 47 per un totale di 1.372 presenze che beneficiano anche del pasto serale.

Grazie all’8×1000 e ad altri fondi integrativi gli impegni della Caritas diocesana di Ivrea non finiscono qui: distribuzione di vestiario e soprattutto l’emergenza abitativa per famiglie, donne, donne con figli, accoglienza di carcerati in permesso, costituiscono altri capitoli. Intanto un gruppo di medici in pensione sta pensando a come dar vita ad un ambulatorio che risponda alla povertà sanitaria, fenomeno in crescita di cui più volte abbiamo scritto anche sul nostro giornale.

c.m.z.

Lascia una recensione

  Subscribe  
Notificami