Tenuta Roletto
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venerdì 29 Maggio 2026

Reale mutua
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SE NE PARLA IN UNA CONFERENZA MARTEDÌ PROSSIMO AL POLO INFERMIERISTICO DI IVREA, ALLE ORE 18

San Francesco a Ivrea attraverso i suoi frati

Minori conventuali, dell’Osservanza e Cappuccini, una presenza in tutto il Canavese

(di Francesco Mosetto)

Riscoprire il carisma di Francesco d’Assisi. *** Si parla molto, in questi giorni, di Francesco...

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8xmille - INTERVISTA AL VICEPRESIDENTE CEI MONSIGNOR ERIO CASTELLUCCI

La firma è un gesto sinodale

8xmille alla Chiesa Cattolica: è più di quanto credi

ROMA – L’arcivescovo abate di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, monsignor Erio Castellucci, è...

EDITORIALE

Non sono solo parole

Immagine generata con IA Le querele avviate dalla sindaca di Genova contro chi l’ha insultata sui...

APRILE 1866: L’INAUGURAZIONE DEL CANALE IRRIGUO LUNGO 85 CHILOMETRI, DA CHIVASSO A GALLIATE

Il “canale Cavour”… nonostante Cavour

160 anni fa entrava in servizio la grandiosa opera idraulica, realizzata in appena 3 anni (di Doriano Felletti e Fabrizio Dassano)

Con 320.000 euro, Regione Piemonte ha annunciato uno stanziamento per lavori di somma urgenza su...

EDITORIALE – Investire è scegliere

Foto di Nattanan Kanchanaprat da Pixabay
La Cei pubblica le “Linee Guida in materia di investimenti etici e sostenibili”, il cui significato va oltre a un richiamo agli addetti ai lavori. Siamo di fronte a una presa di posizione culturale e, osiamo dire, persino spirituale: il denaro non è mai neutrale, perché orienta il mondo. Per anni abbiamo associato la “finanza”, nell’immaginario collettivo, a speculazione, disuguaglianze, profitti indefiniti.
La Chiesa italiana mette al centro una domanda essenziale: che cosa sostiene davvero un investimento? Quale modello di società alimenta? Dietro ogni scelta economica ci sono sempre conseguenze concrete sulle persone, il lavoro, l’ambiente, la pace. Il documento della Cei non indica solo cosa evitare – armi controverse, sfruttamento umano e dell’ambiente, attività incompatibili con la dignità della persona… –, ma invita a una responsabilità positiva.
Non basta “non fare il male”; occorre orientare le risorse verso ciò che genera inclusione, sviluppo sostenibile, tutela dei più fragili. È un cambio di prospettiva che interpella anche il mondo laico e produttivo. Il piccolo risparmiatore, cioè gran parte di noi, spesso inconsapevolmente partecipa a circuiti finanziari globali. I fondi pensione, gli investimenti bancari, le assicurazioni: tutto contribuisce a finanziare modelli economici e politici. Le Linee Guida ricordano che l’etica non può essere delegata soltanto alla beneficenza finale a fronte di lauti profitti, quasi fosse una compensazione morale; deve entrare nel cuore delle decisioni economiche. C’è il rischio che la finanza etica resti uno slogan? Sì, c’è! Può essere aggirabile? Sì, può esserlo!
La Cei insiste su trasparenza, monitoraggio, coerenza. La credibilità deve passare dalla capacità di trasformare i principi in pratiche verificabili; oggi la neutralità economica non esiste più perché investire vuol dire scegliere, e scegliere significa assumersi responsabilità verso le generazioni future. Pensare che il documento Cei non valga se non per gli ambienti ecclesiali, è probabilmente un errore davanti a una proposta di finanza non confessionale, ma umana, coscienti ormai che il valore di un capitale non si può (non si deve) più misurare solo dai rendimenti, ma dagli effetti che produce nella (nostra) società.

Giovani, destinazione Brasile

IVREA – I giovani si muovono, rispondono con entusiasmo a proposte serie, che chiedono il loro impegno. Oggi si racconta di giovani smarriti, disillusi o distanti… ma ci sono storie che vanno in direzione opposta. Qui in diocesi abbiamo, ad esempio, una trentina di giovani che ad agosto saranno in Brasile insieme al Vescovo, protagonisti di un’esperienza missionaria che non è soltanto un viaggio, ma un percorso di fede, servizio e crescita umana; si mettono in gioco, decidono di attraversare un oceano per incontrare altri volti, altre povertà, altre speranze.
Dietro a questa partenza c’è una Chiesa viva, capace ancora oggi di parlare ai giovani, di accompagnarli, di educarli al dono e alla responsabilità. Una Chiesa che investe tempo, energie e risorse perché le nuove generazioni possano scoprire il valore dell’incontro, della solidarietà e della fraternità concreta. Anche grazie ai fondi dell’8xmille alla Chiesa Cattolica, il Centro Missionario diocesano e il Servizio di Pastorale Giovanile possono trasformare desideri e intuizioni in esperienze reali, aprendo strade che aiutano i ragazzi a diventare adulti consapevoli e generosi. E c’è il vescovo Daniele che nei mesi scorsi ha lanciato l’iniziativa.
Qui di seguito raccogliamo alcune delle loro voci, voci di giovani che hanno detto “sì” a una chiamata che parla di condivisione, coraggio e speranza. Perché quando la Chiesa cammina accanto ai giovani, i giovani sanno ancora sorprendere il mondo. Oggi vivono la preparazione a quel viaggio, studiano la lingua, pregano, si incontrano e si confrontano con i “vecchi” missionari che in quelle terre hanno lavorato per anni.
Come avete saputo del Viaggio Missionario e perché avete deciso di partire?
“L’esperienza del viaggio missionario in Brasile ci è stata proposta durante l’ultimo campo invernale alla Casa Alpina Gino Pistoni – ci rispondono Dario e Giorgia –. In quel momento qualcosa si è subito smosso dentro di noi e negli sguardi di chi avevamo intorno. I racconti di chi aveva visto nascere e crescere le missioni diocesane in Brasile e le aveva vissute in prima persona ci hanno colpito profondamente. Con le loro parole abbiamo percepito quanto un’esperienza simile possa lasciare un segno autentico nella vita di una persona. Anche le immagini dei luoghi che visiteremo, che ci sono state mostrate, hanno contribuito ad alimentare in noi il desiderio di partire davvero, di uscire dalle nostre abitudini per andare incontro a una realtà diversa dalla nostra”.
Che approccio hai adottato al viaggio missionario ormai cosi vicino?
“Con la Diocesi di Ivrea, accompagnati dal vescovo Daniele e dall’Ufficio Missionario Diocesano, vivrò questo viaggio con lo spirito di chi desidera prima di tutto ascoltare, scoprire e imparare – racconta Miriam –. Non parto con la pretesa di ‘portare’ qualcosa, ma con la volontà di lasciarmi cambiare dall’incontro con persone, culture e modi di vivere differenti. Tutti noi crediamo che il valore più grande di un’esperienza come questa sia proprio la possibilità di aprirsi agli altri con semplicità, condividendo tempo, sorrisi ed esperienze autentiche che possano arricchire lo spirito, per poi tornare a casa con uno sguardo nuovo sul mondo e sulla nostra quotidianità”.
Come ti stai preparando e che cosa metterai nello zaino?
“Innanzitutto sto studiando il portoghese-brasiliano per cercare di capire qualcosa e con l’obiettivo di imparare a suonare e cantare diverse canzoni del posto – ci dice Davide –. Da Ivrea porterò dei regalini da lasciare alle comunità che visiteremo. Nello zaino non potranno mancare gli accordi e gli spartiti del nostro repertorio. Non vedo l’ora di partire!”
Quali racconti ti hanno colpito durante gli incontri di preparazione?
“Ho aspettative molto alte perché so che sarà un’esperienza importante che mi cambierà profondamente – confida Alessandro –. Lo penso per diversi motivi; perché saremo a stretto contatto con la gente del posto e verremo ospitati nelle famiglie e poi perché ci saranno molti momenti di preghiera insieme. Sono consapevole che questo non sarà un viaggio-turistico ma un viaggio-missionario rivolto alla gente. Nella preparazione mi ha colpito la testimonianza di un ragazzo che ha fatto un’esperienza di tre mesi in Kenya: ha detto di avere iniziato, dopo essere rientrato, ad apprezzare di più le piccole cose nella sua vita quotidiana perché ha capito di aver ricevuto molto più di quanto pensava di poter offrire. Sono stato contento di aver ascoltato anche le testimonianze di don Giuseppe Bergesio e don Giovanni Giachino che erano stati missionari in Brasile; mi ha toccato profondamente quando hanno raccontato di aver tolto molti bambini dalla strada”.
Per alcuni sarà la prima volta in giro per il mondo, per altri no…
“Da tantissimi anni partecipo ai pellegrinaggi a Lourdes e quindi la Francia la diamo per fatta, idem per Austria e Spagna – dice Chiara –. L’estate scorsa sono stata 10 giorni in Egitto (posti bellissimi, culture meravigliose) ma a chiudere questa breve lista ho lasciato il Portogallo, perché porta con sé forse l’esperienza migliore della mia vita, la Giornata Mondiale della Gioventù nel 2023 a Lisbona. Il Portogallo porta con sé infinite emozioni, tantissime amicizie, troppe bandiere e persone per poterle ricordare tutte. Ricordo di essere partita senza aspettarmi nulla, con il cuore aperto a tutto quello che sarebbe venuto, ed è stata la scelta migliore. È proprio per questo motivo e memore di questa esperienza che anche per il viaggio in Brasile che ci attende parto senza obiettivi prefissati, ma ‘solo’ con l’immensa voglia di conoscere, incontrare e amare l’altro. In quest’ottica tutto quello ne verrà non potrà che essere meraviglioso, un meraviglioso viaggio”.
(interviste a cura di Marian Sallam, ha collaborato Lorenzo Di Silvestro)
www.8xmille.it/come-firmare
 

Vannacci agita la Lega e il centrodestra. Meloni-Schlein alle prese con l’incubo del “pareggio”

Rinfrancata dal test positivo delle comunali (in particolare Venezia e Reggio Calabria), la coalizione di governo affronta ora un difficile caso interno, legato ai rapporti con il generale Vannacci. L’ex leghista, nostalgico di Mussolini, sostenitore di Putin, in prima linea contro gli immigrati, ha ottenuto con la sua lista “Futuro nazionale” il 14% dei voti a Vigevano e, nei sondaggi nazionali, è valutato al 4-5%, contro il 6 della Lega. Per limitarne la concorrenza, Salvini intende chiudere le porte del destra-centro all’ex amico. Anche Tajani è contrario a imbarcare Vannacci, ma per ragioni esclusivamente politiche: Forza Italia, aderente al PPE, difende la posizione dell’Europa contro l’aggressione russa a Kiev, rifiuta la “guerra agli immigrati” e il clima d’odio conseguente. Diversa la posizione della Meloni e di FdI: la premier cerca la trattativa con il generale perché i suoi voti sono considerati indispensabili nelle prossime Politiche per evitare “il pareggio”, ovvero la perdita di Palazzo Chigi e la rinascita di governi di “larghe intese”. Ma come conciliare programmi così diversi, a cominciare dal futuro dell’Europa? In un’intervista al “Corriere” sulla linea Meloni, il presidente del Senato La Russa ha rispolverato Giorgio Almirante, fondatore del MSI ed erede politico della Repubblica di Salò: un chiaro messaggio a Vannacci e ai suoi elettori che di quell’eredità vorrebbero impossessarsi.
Contro il paventato “pareggio”, la Meloni insiste per il cambio della legge elettorale, anche se altre sono le emergenze del Paese, a cominciare dalla crisi economica suscitata dalle guerre. Nell’anno pre-elettorale il Parlamento rischia di essere bloccato dalle discussioni sullo “Stabilicum”, una proposta di legge che rischia il “no” della Corte costituzionale sul discusso “premio di maggioranza”.
Nel “campo largo” la sconfitta di Venezia pesa soprattutto sulla Schlein, che aveva indicato la vittoria progressista in Laguna come la premessa per l’esito delle politiche. In realtà il candidato locale espresso dal Pd (il senatore Andrea Martella, segretario regionale del partito) è stato staccato di 13 punti dal neo-sindaco Simone Venturini; ed a Reggio Calabria il Pd si è fermato al 25%, perdendo la guida dell’Amministrazione. A Salerno la vittoria del centro-sinistra con il discusso sindaco De Luca, è avvenuta senza la presenza sulla scheda del simbolo Dem.
I due “padri nobili” dell’Ulivo, Romano Prodi e Walter Veltroni, avevano esortato “il campo largo” a non stravolgere il significato del “no” al referendum sulla Giustizia, espresso da un elettorato composito; non sono stati ascoltati. Analogamente disattese le richieste della priorità al programma condiviso del centro-sinistra, anziché alle primarie. Ed al convegno critico dei cattolici-democratici guidati da Delrio, la segretaria ha risposto: nel Pd c’è posto per tutti, ma la linea è unica (la sua!).
In realtà il nodo irrisolto è la contesa per Palazzo Chigi tra Conte e la Schlein, mentre ogni partito sta raccogliendo le sue proposte programmatiche, in attesa di un “tavolo unico”. Emblematica “l’uscita” dell’eminenza grigia del Pd, Franceschini, già consigliere di Renzi e Letta, oggi della Schlein. Diversamente dalla proposta ufficiale del centro-sinistra contro la riforma elettorale della Meloni, l’ex ministro della Cultura propone il confronto con il governo, con l’obiettivo di evitare “il pareggio”, che ridarebbe vita alle larghe intese promosse recentemente da Napolitano e Mattarella.
In concreto sia la Meloni sia la Schlein sembrano orientate alla scelta politica radicale: vittoria o sconfitta, senza chiedersi se il grado di omogeneità dei Poli consentirebbe una vera governabilità.Nel destra-centro non c’è intesa tra l’europeismo dei Forzisti (spinti al centro dal neo-protagonismo di Marina Berlusconi) e l’ultra-destra di Vannacci, agli antipodi di Bruxelles, vicina a Mosca e agli “odiatori” di Trump. Il “campo largo” è in difficoltà nello stendere la ricetta prodiana dell’intesa tra riformisti e radicali, con una posizione molto autonoma dei “pentastellati”, reduci da intese di governo diverse, prima con la Lega poi con il Pd.
Cambiare il sistema elettorale non risolve i problemi politici, se prima i poli non si danno una effettiva compattezza. Le esigenze personali dei leader sono comprensibili, ma il “bene comune” domanda soluzioni più complesse, in uno scenario geo-politico senza precedenti.

EDITORIALE – 2 giugno ormai “lontano”

Foto generata con IA
Il 2 giugno 1946 gli italiani ebbero tra le mani una scheda elettorale con un titolo sintetico –“Referendum sulla forma istituzionale dello Stato” –, due simboli e due parole: Repubblica e Monarchia. Un voto libero e a suffragio universale; era stato esteso alle donne e sancita anche l’eleggibilità femminile. La Repubblica ottenne oltre 12 milioni di voti, la Monarchia superò i 10 milioni. In Piemonte votarono 2milioni180mila454 cittadini, pari al 90,12%; 1milione244mila373 voti per la Repubblica, 936mila081 la Monarchia: il 57,1% contro il 42,9%.
Gianni Oliva con il libro “1946: Il 2 giugno in Piemonte” analizza il voto nella nostra regione, rilevando come le diverse zone del territorio si espressero per una forma istituzionale o l’altra, tenuto conto dell’antico radicamento monarchico del Piemonte, nel quale però era altrettanto, se non più rilevante, soprattutto nei centri urbani, la presenza dei partiti e movimenti di sinistra. Oggi cosa rappresenta quella data? Una parata, una bandiera al balcone, un giorno festivo infrasettimanale? La Festa della Repubblica nasce da qualcosa che fatichiamo ad immaginare: la fame di partecipazione di un Paese uscito dalla guerra, dalle macerie, dalla dittatura.
Nel 1946 gli italiani non votarono soltanto per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Andarono a decidere chi volevano essere. Un voto come un dovere e come una conquista. Non c’erano i social e campagne permanenti; c’era la consapevolezza che la democrazia fosse qualcosa di fragile e prezioso. Forse è questo il sapore che il 2 giugno ha perduto negli anni e ora appare lontano: il senso della scelta collettiva. Oggi la politica ci appare distante, inutile talvolta, il voto un gesto marginale, incapace di cambiare le cose. Nel 1946 gli italiani erano convinti del contrario. E avevano ragione.
La Repubblica non nacque da un’idea astratta di patria, ma dalla volontà concreta di costruire un Paese diverso dopo il disastro del fascismo e della guerra. Il 2 giugno non dovrebbe vivere solo di memoria, ma piuttosto di responsabilità. Ai più giovani, soprattutto, questa data dovrebbe raccontare che i diritti non sono mai scontati e che la democrazia non vive da sola: ha bisogno di partecipazione, di fiducia, di passione. Altrimenti resta una festa sul calendario, e sarebbe un impoverimento solenne.

Edizione 28 Maggio 2026

ANNO CVI – N° 21
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