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TORINO E IL PIEMONTE CULLA DELLA STAMPA ITALIANA E CATTOLICA, ANCORA PIENAMENTE DA STUDIARE

Giornale locale e della comunità diocesana

Dal 1847 spazi aperti sul territorio, ai problemi sociali e alla promozione umana

(di Pier Giuseppe Accornero)

Foto: Giacomo Margotti (Sanremo, 1823 – Torino, 1887) è stato un presbitero, giornalista e...

Non un idolo, ma un padre Leone XIV parla ai cuori, diverte i giovani e richiama tutti alla verità del Vangelo (di Lorenzo Iorfino)

Foto Vatican News
Diciamolo subito fuori dai denti: il Papa si è sbloccato. Intendiamoci, non che prima non lo fosse, ma finalmente adesso il mondo lo vede per com’è realmente. Lo apprezza, lo ama, ride con lui e si fida. A molti, finora era sembrato freddo, staccato. Nel suo viaggio apostolico in Spagna, immagini, parole e testimonianze raccontano tutta un’altra storia. Due importanti testate spagnole, dicono tutto: El Debate, titola: “El ‘rugido’ de León XIV”, mentre El País incornicia “León XIV se convierte en ídolo”. Un idolo? Forse.Intanto le folle lo acclamano e i giovani lo aspettano con impazienza.
Si raccontava un clima di leggera ostilità in Spagna prima del suo arrivo, dubbi sulla partecipazione del popolo. Le immagini e i numeri smentiscono. Il Papa è amato. Si impone con la forza della tenerezza, della semplicità, del saper fare il padre. Sa scherzare, resta umano e nel contempo profondamente rivolto a Cristo. Non smette un attimo di ricordarlo. E lo ha chiesto a Madrid ai giovani: “Voglio affidare a tutti voi una missione: essere umani. Sì, siate umani! Uomini e donne in carne e ossa. Non apparenze, ma volti affidabili”. E ciò che chiede lo mette in atto in prima persona. Ha un amore smisurato verso la giovane umanità che incontra: “Voi potete cambiare la storia! Fatelo con amore!”. E a Barcellona insiste: “Non smettiamo di cercare, di interrogarci e di dialogare, con Dio e tra di noi, anche nel cuore della notte”.
I momenti virali si moltiplicano e avvicinano ancora di più. Dalla battuta sul tifare il Real Madrid, al golazo al “Bernabéu”, al meme del Six-Seven, a cui il Papa si presta quando qualche adolescente glielo chiede. Insomma, il Papa finalmente “funziona” anche per il grande pubblico perché è trasversale, e non per questo meno autentico o meno deciso sulle cose che contano. Anzi, non perde occasione per essere chiaro e intransigente su ciò che importa: “può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri? – dice al Parlamento spagnolo, e continua – La difesa della vita umana è una meta di civiltà. Ogni vita umana deve essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza”.
Il Papa fa il Papa, e il mondo lo apprezza per questo. Così Cristo, tramite il suo Vicario, si avvicina al suo gregge. Non è solo immagine. È sostanza. È fiducia. È governo della tenerezza. È autorità che nasce dall’essere vicino. E vedere la gente rispondere così dà speranza.

UNA MAGNIFICA UMANITÀ

Preghiera – Invitatorio per il giorno di sabato (L. Andrewes)
Signore, abbi pietà di noi
Perché abbiamo sperato in te.
Sii, il nostro braccio al mattino,
E la nostra salvezza nell’ora della tribolazione (Is 33,2)
Benedetto, sei tu, o Signore,
Che nel settimo giorno ti sei riposato da ogni tua opera,
E hai Benedetto e santificato questo giorno (Gen 2,2-3).
Sii benedetto per tutto ciò che esso significa:
Il nostro tempo di riposo che l’ha sostituito,
La sepoltura di Cristo e la cessazione del peccato,
La memoria di quelli che prima di noi sono arrivati al loro riposo.
 
Dal Libro della Genesi (11,1-9)
1Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole. 2Emigrando dall’oriente, gli uomini capitarono in una pianura nella regione di Sinar e vi si stabilirono. 3Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da malta. 4Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». 5Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. 6Il Signore disse: «Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». 8Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.
 
Dal Libro di Neemia (2,1-9.16-18)
Nel mese di Nisan dell’anno ventesimo del re Artaserse, appena il vino fu pronto davanti al re, io presi il vino e glielo diedi. Non ero mai stato triste davanti a lui. 2Ma il re mi disse: «Perché hai l’aspetto triste? Eppure non sei malato; non può essere altro che un’afflizione del cuore». Allora io ebbi grande timore 3e dissi al re: «Viva il re per sempre! Come potrebbe il mio aspetto non essere triste, quando la città dove sono i sepolcri dei miei padri è in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco?». 4Il re mi disse: «Che cosa domandi?». Allora io pregai il Dio del cielo 5e poi risposi al re: «Se piace al re e se il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi, mandami in Giudea, nella città dove sono i sepolcri dei miei padri, perché io possa ricostruirla». 6Il re, che aveva la regina seduta al suo fianco, mi disse: «Quanto durerà il tuo viaggio? Quando ritornerai?». Dunque la cosa non spiaceva al re, che mi lasciava andare, e io gli indicai la data. 7Poi dissi al re: «Se piace al re, mi si diano le lettere per i governatori dell’Oltrefiume, perché mi lascino passare fino ad arrivare in Giudea, 8e una lettera per Asaf, guardiano del parco del re, perché mi dia il legname per munire di travi le porte della cittadella del tempio, per le mura della città e la casa dove andrò ad abitare». Il re mi diede le lettere, perché la mano benefica del mio Dio era su di me.
9Giunsi presso i governatori dell’Oltrefiume e diedi loro le lettere del re. Il re aveva mandato con me una scorta di capi dell’esercito e di cavalieri. 16 I magistrati non sapevano né dove io fossi andato né che cosa facessi. Fino a quel momento non avevo detto nulla, né ai Giudei né ai sacerdoti né ai notabili né ai magistrati né agli altri che si dovevano occupare del lavoro. 17Allora io dissi loro: «Voi vedete la miseria nella quale ci troviamo, poiché Gerusalemme è in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco. Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme e non saremo più insultati!». 18Narrai loro della mano del mio Dio, che era benefica su di me, e riferii anche le parole che il re mi aveva riferite. Quelli dissero: «Su, costruiamo!». E misero mano vigorosamente alla buona impresa.
 
Dall’Enciclica Magnifica Humanitas

Nell’Enciclica Laudato si’ Papa Francesco denunciava la crescente affermazione di un paradigma tecnocratico nel mondo globalizzato: la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche. Così appare con più evidenza che la tecnica non è un semplice strumento e che, quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante.
Questo paradigma si è esteso rapidamente negli ultimi anni, anche per effetto della diffusione dell’intelligenza artificiale, delle scienze cognitive, della nanotecnologia, della robotica e della biotecnologia. Di per sé, tali innovazioni possono diventare un grande aiuto per lo sviluppo umano integrale e per la cura della Casa comune. Ma, proprio per il loro potere, possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico e perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico. Più potente non significa necessariamente migliore. In questo senso, rimangono attuali le parole di Romano Guardini: «L’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza».
Dopo aver richiamato le questioni della responsabilità e del governo dell’IA, è necessario tornare al nostro tema centrale: che cosa significa custodire l’umano. Il rischio non è solo che alcune tecnologie siano usate male, ma che il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi, potenziato dalla rivoluzione digitale e dall’IA, faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa.
Anche quando il limite si manifesta come dolore interiore, l’umana saggezza insegna a non rimuoverlo né a sopprimerlo, ma a integrarlo. Per sopprimere totalmente il dolore bisognerebbe, in fondo, spegnere anche l’amore e il desiderio. Chi ama e desidera, infatti, non può evitare di passare attraverso la prova e la sofferenza, e per questo, lungo gli anni, custodiamo dentro di noi insegnamenti che si imprimono come cicatrici, memoria del cammino compiuto tra libertà e cadute, sogni e delusioni. È solo grazie all’intreccio di questi elementi che, nel cuore, avvengono quei prodigi dell’animo che ci fanno assaporare il gusto più dolce del nostro essere umani. Rinunciare a questa avventura, insieme drammatica e splendida, in nome di un presunto superamento di ogni limite potrebbe significare qualsiasi cosa, ma non più essere umani.
La corruzione morale del nostro limite creaturale – il male che con evidenza agita il cuore dell’uomo – rovina la società e la vita, giungendo fino a punte estreme di disumanità. Eppure, anche questa dolorosa forma di limite lascia spiragli al bene. Persino quando l’essere umano si disumanizza e provoca tragedie, una piccola luce continua a brillare nell’umanità e rimane capace di riaccendersi, con la grazia di Dio, in cammini di conversione e di riconciliazione.
Accanto a questi segni pubblici [evidenze del bene che è in grado di emergere anche da un contesto di prova] , vi è una trama più nascosta ma decisiva: le comunità religiose che scelgono luoghi poveri e pericolosi; i martiri della fraternità e della giustizia come San Massimiliano Maria Kolbe, Sant’Oscar Romero e il Beato Enrique Angelelli, insieme a testimoni che hanno incarnato, in condizioni dure e spesso disumane, la speranza del Vangelo e la dignità dell’uomo, come il venerabile François-Xavier Nguyễn Văn Thuận. E, soprattutto, i “martiri del quotidiano” che curano, educano, accompagnano, consolano senza clamore, come i genitori, gli infermieri, i medici, i volontari, le persone che restano accanto a un anziano o a un escluso. La loro testimonianza mostra che il bene non procede in automatico, ma richiede perseveranza, memoria, e una conversione che rende capaci di ricominciare anche dopo le sconfitte.
Proprio questo intreccio di istituzioni giuste, testimonianze credibili e fedeltà quotidiane tiene desta la speranza e indica una direzione: far crescere la tecnica senza far regredire il cuore. Per questo l’umanità – magnifica e ferita – non deve essere sostituita né superata: può accogliere i progressi della tecnica per alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove, purché non rinneghi ciò che la rende se stessa, cioè la capacità di relazione e di amore. A questo punto si impone una domanda decisiva: se esiste un autentico “più che umano”, dove si trova? La fede cristiana risponde indicando un compimento che non deriva da una divinizzazione tecnologica, ma da quella operata dalla grazia di Dio ricevuta in Cristo.

Magnifica Humanitas, “disarmare” l’IA

Don Cavallini, come nasce un’enciclica, da dove prende avvio?
In generale, un’enciclica nasce da una necessità che il Papa sente di dire qualcosa ai credenti e a tutti gli uomini “di buona volontà”. È un grado di magistero alto, quindi è una parola solenne, che nasce dal suo sguardo di fede sulla Chiesa e sul mondo. In particolare, poi, la prima enciclica di un pontefice è sempre anche un documento programmatico, che esprime la “visione” del Papa.
E la prima di papa Leone da quale idea è partita?
Papa Leone lo ha detto da subito, parlando ai cardinali due giorni dopo la sua elezione: è urgente parlare della questione sociale, perché stiamo vivendo una rivoluzione tecnologica che ha un impatto importante sulla società e comporta nuove sfide per difendere la dignità umana. Il punto è questo: c’è bisogno di leggere alla luce del Vangelo questo tempo che viviamo, in cui l’IA sta velocemente entrando nelle nostre vite. Proprio per questo ha scelto come nome Leone, richiamandosi a Papa Leone XIII che a fine Ottocento nell’enciclica Rerum novarum aveva affrontato la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale. Presentando Magnifica Humanitas, il Papa ha parlato di un documento che nasce dall’ascolto delle preoccupazioni di molte persone diverse (ha citato scienziati, ingegneri, politici, funzionari pubblici, insegnanti, genitori). Da questo ascolto è nata la convinzione che l’IA vada “disarmata” – una parola chiave per il Papa – e l’enciclica è un manifesto per il disarmo dell’IA: “Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. […] Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita” (MH 110).
Che sinergie e che contributi vengono offerti al papa per arrivare alla stesura di una enciclica (e della MH in particolare?)
Un’enciclica è un testo complesso e corposo, che ha una lunga gestazione. Il Papa si confronta con persone di sua fiducia e con esperti: soprattutto quando si toccano temi tecnici come l’IA c’è bisogno di un confronto con persone che lavorano in quell’ambito. Certamente tutti gli organismi di curia vengono interpellati per ciò che li riguarda (per esempio il Dicastero per l’Educazione sul rapporto tra IA e questioni educative), e il testo viene sottoposto a molteplici revisioni da parte di esperti. Per Magnifica Humanitas, a giudicare dalla presentazione ufficiale del documento, mi sembra che i principali interlocutori del Papa siano stati il Dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale (il cardinale Czerny) e il Dicastero per la dottrina della fede (il cardinale Fernández). Ma, detto questo, non sappiamo esattamente di quali collaborazioni il Papa si serva per scrivere. L’enciclica è, a tutti gli effetti, un testo del Santo Padre.
Professor Cavallini, quale è il cardine che tiene in piedi la Magnifica Humanitas e dove vuole “arrivare” il papa?
Come dice il sottotitolo, il cardine dell’enciclica è la custodia dell’umano. L’IA e le nuove tecnologie sono l’ambiente nel quale oggi ci troviamo a vivere. Sono tecnologie pervasive, che modificano il modo in cui lavoriamo, ci relazioniamo, impariamo… Ci siamo immersi. E non sono un ambiente neutrale né innocuo, anzi. Ci sono rischi nuovi e rischi antichi che tornano. L’immagine che Leone usa è quella della Torre di Babele: come nel racconto della Genesi, anche nella nostra epoca stiamo costruendo un sistema imperialista e disumano. Ma a quella di Babele il Papa affianca un’altra immagine biblica, quella di Neemia, che con il popolo ricostruisce le mura di Gerusalemme assegnando a ciascuna famiglia un tratto da rifare. È la proposta dell’enciclica: decidere insieme cosa costruire, perché la grande questione è il “progetto” a cui gli strumenti sono asserviti. In questo senso l’IA non è mai moralmente neutrale, “perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa” (MH 9). Il Papa non ha paura di criticare apertamente linee politiche, strutture economiche e ideologie che sminuiscono e danneggiano l’umano. A questo serve la Dottrina Sociale della Chiesa: nell’enciclica i suoi princìpi vengono richiamati e ripensati proprio per denunciare i rapporti di potere che la tecnologia rispecchia e accentua. Sono princìpi che nascono dal Vangelo: il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà, la giustizia.
Un insegnante di liceo diceva che ormai gli studenti fanno tutto usando l’IA. Non resta che l’interrogazione orale… Come leggere questa situazione e c’è qualcosa da fare?
I chatbot con cui interagiamo sono l’aspetto più quotidiano ed evidente dell’IA. Tutti li usiamo ormai in modo massiccio. Io insegno all’università e mi trovo davanti alla stessa situazione descritta dall’insegnante di liceo. Ma non mi sembra né una cosa negativa né un fenomeno reversibile. Gli studenti usano l’IA per spiegazioni e ripetizioni, per riassumere testi ed esercitarsi prima di un’interrogazione. Una sorta di tutor personale. Si tratta di imparare a usarla bene, con spirito critico, consapevoli delle grandi questioni che ci sono dietro, non delegando il lavoro all’IA ma facendosi supportare: se non faccio mai lo sforzo di leggere un testo per capirlo e chiedo solo al chatbot di riassumerlo, non sto facendo un buon servizio al mio cervello e non svilupperò mai quella competenza. Il “risparmio energetico” degli studenti non è un fenomeno nuovo (qualcuno ricorderà i Bignami), ma ora è molto più facile. Certo, per noi docenti l’esame orale torna necessario per valutare gli studenti, perché qualsiasi compito scritto fatto a casa (e forse anche in classe!) può essere stato scritto dall’IA. L’enciclica del resto invita a una vera alleanza educativa tra famiglia, scuola, comunità cristiana e istituzioni (MH 147), perché il problema dell’IA a scuola non si risolve con provvedimenti o piccoli aggiustamenti, ma solo con una presa di responsabilità collettiva.
Per chi vuole leggere la MH (e capirla) cosa consiglia di fare?
Come sempre, quando si legge un testo, bisogna partire dall’indice per capire come è fatto: la struttura di MH è molto lineare e i titoli dei capitoli e dei paragrafi indicano chiaramente i vari temi. Bisogna anche tenere presente che un’enciclica non è un testo che si legge necessariamente come un romanzo, dall’inizio alla fine. Quindi se uno vuole farsi un’idea senza leggere tutto, secondo me conviene iniziare con l’introduzione e la conclusione, che pongono i problemi di cui parla il documento e riassumono bene tutti i punti chiave. Poi leggerei il capitolo terzo, che è quello centrale, su IA e persona umana. Per chi vuole approfondire le questioni più discusse – armi, guerra, diplomazia – il capitolo 5. Ma forse vale la pena prendersi un po’ di tempo e leggere tutto con calma!

I Francescani a Chivasso e a Rivarolo (di Francesco Mosetto)

Foto: Beato Angelo Carletti
Il 26, 27 e 28 giugno si terrà il pellegrinaggio diocesano ad Assisi, guidato dal nostro vescovo Daniele. 81 pellegrini sulle orme di Francesco nell’anno giubilare del Santo certamente tra i più conosciuti e amati della storia cristiana, simbolo universale di pace, fraternità e amore per il creato.
Accompagniamo anche da queste pagine l’avvicinarsi di quel pellegrinaggio con i risultati di una ricerca che don Francesco Mosetto ha dedicato alla presenza dei francescani nel nostro territorio, a prosecuzione di un altro suo articolo apparso in questa pagina relativo alla presenza, non probabile, di San Francesco ad Ivrea.
Nella prima metà del sec. XIII i frati Minori si stabilirono, oltre che in Ivrea, anche a Chivasso e a Rivarolo. Nella capitale del marchesato degli Aleramici, il Monferrato, il convento e la chiesa di San Francesco si trovavano “fuori del recinto dei borghi di S. Pietro, di S. Maria e di S. Antonio… Ampio era il convento con duplicato chiostro… Formata era la chiesa di tre navate ed era, prima della erezione della moderna chiesa di S. Maria, la più ampia tra le chiese di Chivasso… Eretto il convento e la chiesa suddetta, da alcuni civassini si cominciarono a ergere in quelle vicinanze alcune case e, successivamente aumentate, si formò il piccolo borgo che l’addimandarono di S. Francesco” (G. Borla, Memorie istorico-cronologiche della città di Chivasso, ms. 1790; ediz. a stampa Chivasso 2013).
Nella prima metà del XVI secolo la città fu saccheggiata più volte da mercenari svizzeri e lanzichenecchi. Nel 1542 tutti i borghi fuori le mura vennero abbattuti per ordine di Francesco I, re di Francia. Di conseguenza, i frati si rifugiarono entro le mura della città. I Conventuali “riuscirono, con le elemosine raccolte, a ricostruire il loro convento nel borgo detto di Sant’Antonio” (L. Dell’Olmo e R. Scuccimarra, Storia di Chivasso e del Chivassese. Le origini, Torino 1986, p. 88). L’antico edificio è ora sede dell’Asilo infantile Beato Angelo Carletti.
Nel 1478, in seguito a una predicazione dei frati Minori Osservanti venuti da Ivrea, la Credenza di Chivasso chiese ai superiori dell’Ordine di stabilire anche in questa città un loro convento e ne finanziò la costruzione in un terreno “sopra riva” con tanto di orto e giardino. “Finita la fabbrica del convento e della chiesa, che i Padri dedicarono al ‘santo di Siena Bernardino’, si portò in Chivasso il beato Angelo Carletti, il quale ‘considerata l’angustia della clausura’, determinò ‘la di lei ampliazione’” (L. Dell’Olmo, L. Guida, Chivasso francescana, s.d., p. 64; cfr. G. Borla, op. cit.).
Presso la chiesa di San Bernardino nacque la Confraternita del Nome di Gesù, che in seguito si trasferì in S. Maria della Misericordia, quindi in San Michele, e da ultimo costruì la bella chiesa di S. Maria degli Angeli, un monumento dell’arte barocca. Demolito per ordine di Francesco I e ricostruito pochi anni dopo, il convento venne soppresso da Napo-leone. A metà del secolo scorso le Suore di San Giuseppe vi istituirono una scuola professionale. Ultimamente, il cosiddetto “Collegio” è stato ristrutturato come edificio residenziale. La figura più illustre del San Bernardino è il beato Angelo Carletti, nato a Chivasso nel 1411. Morirà a Cuneo nel 1495. Vicario della Provincia francescana di Genova, poi Vicario generale dell’Osser-vanza Cismontana, fu tra i sostenitori della fondazione dei Monti di pietà in favore dei poveri. La S. Sede gli affidò diversi incarichi, che lo portarono a visitare molti paesi dell’Europa Orientale. Angelo Carletti è autore della Summa casuum conscientiae, detta Summa Angelica. Fu stampata nel medesimo convento da un pioniere della stampa, Giacomino Suigo, ed ebbe grande diffusione. Lutero la bruciò nella pubblica piazza di Wittemberg insieme alla Summa di San Tommaso d’Aquino, in quanto simbolo dell’ortodossia cattolica.
A Chivasso già esisteva, lungo la strada per Vercelli, una cappella della Madonna di Loreto, custodita da un eremita. Nel 1624 la cappella venne affidata ai Cappuccini, che costruirono accanto ad essa il loro convento. Dopo pochi anni, anche in seguito alle devastazioni causate dalla guerra tra il principe Tommaso e la reggente Maria Cristina, i Cappuccini si trasferirono in un sito più salubre ed eressero la chiesa della Madonna di Loreto. Sopra l’altare maggiore costruito in legno, com’è regola per i Cappuccini, fu collocata l’antica statua della Vergine e fu eretto un magnifico tabernacolo. Il convento venne soppresso ben due volte (1800 e 1856). Alla fine del secolo XIX la chiesa venne ricostruita, conservando però l’altare settecentesco. I Cappuccini hanno lasciato Chivasso nel 2014; ma la chiesa della Madonna di Loreto continua a essere sede della parrocchia.
Anche a Rivarolo la presenza dei francescani risale alla metà del Duecento. “Si ipotizza infatti che gruppi di frati percorressero le nostre terre e che, a Rivarolo, grazie alla generosità della popolazione e dei signori del luogo, abbiano trovato ospitalità e la possibilità di costruire una modesta dimora presso una cappella in aperta campagna, ma non troppo distante dal borgo stesso” (R. Poletto, “Bollettino parrocchiale di Rivarolo”, Pasqua 2026). Questo primitivo insediamento diventò un vero e proprio convento con tanto di chiesa dedicata a San Francesco, consacrata nel 1299 dal vescovo d’Ivrea Alberto Gonzaga, egli stesso francescano. Nel convento di Rivarolo entrò un giovane della famiglia dei conti di San Martino, venerato come beato Bonifacio.
Secondo le fonti francescane, fu lui ad accogliere in Sicilia sant’Antonio di Padova, dopoché la nave che avrebbe dovuto condurlo in Marocco fece naufragio. Bonifacio da Rivarolo fu poi trasferito in qualità di superiore provinciale dalla Sicilia a Genova, dove morì in età avanzata nel 1290. Così lo ricordano le fonti francescane: “Affabile in volto e modesto nel parlare, era puntuale in coro, sobrio nel vestire e contento nella povertà. Usava sempre una sola veste, anche nei più crudi inverni”. “Nel 1814 Luigi Palma di Borgofranco, il primo storico di Rivarolo, pubblicò una breve biografia di questo nostro Beato, dandoci qualche notizia in più, non sappiamo quanto documentata” (R. Poletto, “Bollettino parrocchiale di Rivarolo”, Natale 2021).
Nel 1418 San Bernardino da Siena passò anche a Rivarolo e predicò nella chiesa di San Francesco, che fu in gran parte ricostruita nella seconda metà del XV secolo. Risale a quell’epoca l’incantevole dipinto di Giovanni Martino Spanzotti Madonna e Padri della Chiesa in adorazione del Bambino, che tuttora si ammira nella prima cappella a destra entrando.
Nel Seicento il convento fu ampliato con il chiostro dietro la chiesa, che a sua volta venne ristrutturata a metà del Sette-cento. Su monasteri e conventi “si abbatté il tornado della Rivoluzione Francese e di Napoleone Bonaparte… Il convento di Rivarolo fu prima usato come caserma e ospedale militare, poi dato in uso al Comune, che vi sistemò scuole e uffici… Nel 1821, fu donato alle Orsoline”. (R. Poletto, Conventi Francescani nel Canavese occidentale, “Bollettino parrocchiale” Pasqua 2026). Le suore Orsoline, libera associazione fondata da Anna Maria Borgaratti, vi istituirono una scuola che giungeva fino alle Magistrali: l’Istituto Ss.ma Annunziata. Nel 1950 esso passò alle Suore di San Giuseppe di Torino. Nel 2011, per decisione dell’allora Vescovo di Ivrea mons. Arrigo Miglio, l’intero complesso fu acquistato dalla Diocesi di Ivrea. L’Istituto Ss. Annunziata, ha le scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado. Una parte del convento ospita invece la comunità contemplativa delle Sorelle di Maria Stella mattutina.
S. Francesco, Rivarolo, chiostro antico.

Politica come vocazione: la sfida degli “8 alla Costituente” (di Filippo Ciantia)

Foto generata con IA
Il 2 e il 3 giugno 1946 il popolo italiano scelse tra democrazia e monarchia ed elesse 556 deputati alla Assemblea Costituente. Tra i 207 eletti democristiani c’erano Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, Enrico Medi, Benigno Zaccagnini, Igino Giordani. Laici impegnati in fraternità, movimenti e associazioni, alcuni sposati con famiglia, altri totalmente dedicati a Dio.
Per questi “8 alla Costituente” (come li definiscono Accattoli e Flocchini in un loro recente libro), il cristianesimo non era un fatto privato, ma il criterio con cui giudicare la politica, la società, il bene comune. Furono antifascisti perché riconoscevano nella dittatura una negazione della dignità della persona e della coscienza libera. La Legge e la stessa Costituzione erano per loro al servizio della persona e lavorarono per includere alcuni principi come la libertà religiosa, la famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio, la solidarietà sociale, il valore dei corpi intermedi. Tutti ebbero rapporti stretti con Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI, oggi santo. Sensibilità ed accenti diversi, ma soprattutto rispetto e stima tra loro.
Sostennero che la libertà religiosa non dovesse essere un privilegio per i cattolici, ma un diritto di ogni persona. In particolare Dossetti insistette sul primato della persona e dei suoi diritti anteriori allo Stato; La Pira difese una visione della dignità umana che comprendeva la dimensione spirituale e religiosa; Moro contribuì a costruire una concezione pluralista della democrazia. Per cinque di loro è in corso la causa per il riconoscimento della santità. Tre – Dossetti, Moro e Zaccagnini – sono ancora santi senza causa.
Nell’enciclica Magnifica humanitas Papa Leone XIV cita La Pira quando elenca le forme di responsabilità di fronte alle sfide di questo drammatico cambiamento d’epoca: disarmare le parole, costruire pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, rilanciare il dialogo, coltivare un sano realismo.
Il realismo che evita le ideologie in luogo del cinismo oggi così diffuso; il realismo di persone che vogliono, appartenendo alla Chiesa, portare un ideale nella storia. Igino Giordani, uno dei primi collaboratori di Chiara Lubich, scrisse sul suo diario: “Può un uomo politico essere santo? Può un santo essere uomo politico?”. E lanciò una sfida a sé stesso valida ancora oggi: “Prova in te la soluzione del quesito, ora che diventi uomo politico”.

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