Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

lunedì 11 Maggio 2026

Reale mutua
Reale mutua
Risvegliopopolare.it

lunedì 11 Maggio 2026

EDITORIALE

Non sono solo parole

Immagine generata con IA Le querele avviate dalla sindaca di Genova contro chi l’ha insultata sui...

APRILE 1866: L’INAUGURAZIONE DEL CANALE IRRIGUO LUNGO 85 CHILOMETRI, DA CHIVASSO A GALLIATE

Il “canale Cavour”… nonostante Cavour

160 anni fa entrava in servizio la grandiosa opera idraulica, realizzata in appena 3 anni (di Doriano Felletti e Fabrizio Dassano)

Con 320.000 euro, Regione Piemonte ha annunciato uno stanziamento per lavori di somma urgenza su...

Caricamento

DIETRO LO SCHERMO di GRAZIELLA CORTESE

The drama

Ma oggi la scuola è un ambiente sano? Verrebbe da rispondere: sì certo… È il luogo dove...

La firma è un gesto sinodale

ROMA – L’arcivescovo abate di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, monsignor Erio Castellucci, è vicepresidente della CEI e presidente del Comitato nazionale del Cammino sinodale. Proprio nell’ottica di questo percorso di comunione delle Chiese che sono in Italia, in quest’intervista a cura di Stefano Proietti analizza punti di forza e criticità del sistema dell’8xmille, che ha appena compiuto 40 anni.
Monsignor Castellucci, le Chiese che sono in Italia stanno vivendo il Cammino sinodale, in cui le è stato affidato il compito di presiedere il Comitato nazionale. In questa prospettiva, che significato assume il gesto della firma per l’8xmille?
La firma per l’8xmille è in sé un “gesto sinodale”: chi si sente partecipe della vita della Chiesa certamente firma. Talvolta sento dire da alcuni cattolici – perfino da persone che rivestono un ministero – che non firmano per protesta, ma sono casi che richiederebbero un’analisi a parte. Anzi, sappiamo che firmano anche molti che non si dicono praticanti né credenti, sostenendo la Chiesa e riconoscendo il valore delle sue iniziative in favore della società. Il Cammino sinodale, voluto da papa Francesco e portato avanti da papa Leone, si muove proprio in questa direzione “inclusiva”: cercando cioè di superare barriere verticali che definiscono troppo rigidamente l’appartenenza ecclesiale e creando spazi di collaborazione, confronto e reciproco arricchimento. La firma per l’8xmille equivale a una sinodalità vissuta.
Il sistema dell’8xmille ha compiuto 40 anni. Dal suo punto di osservazione, a che punto sono le nostre comunità nella consapevolezza di questo strumento e di quello delle offerte deducibili?
Il costante aggiornamento che i responsabili del Sovvenire e dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero offrono nelle assemblee della Cei mostra aspetti incoraggianti e altri preoccupanti. Tra i primi: la tenuta del sistema in termini di entrate complessive; alcune esperienza-pilota, in parrocchie e diocesi particolarmente attente e virtuose; la trasparenza con cui viene rendicontato l’uso dei fondi; l’efficace campagna annuale di sensibilizzazione nazionale. Tra i secondi: il calo del numero di firmatari; la scarsa sensibilità di molte comunità, che preferiscono ragionare in termini esclusivamente “locali”; il drenaggio di una consistente parte delle offerte pervenute verso gli Istituti diocesani sostentamento clero, alcuni dei quali riescono a coprire solo una piccola parte dei bisogni, anche a causa di una gestione poco efficiente del patrimonio o di una sua scarsa consistenza.
Negli ultimi 25 anni abbiamo assistito a un graduale calo della percentuale di chi firma per la Chiesa cattolica. Le cause sono molte e non facilmente sintetizzabili: qual è, a suo avviso, la prima conseguenza da trarre dalla fatica di questo percorso?
Non so se sia la prima, ma di certo una conseguenza da trarre riguarda la necessità di incentivare e rendere ancora più efficace l’informazione. Sappiamo che, anche per un uso distorto dei social, la Chiesa è sempre più nel mirino dei “leoni da tastiera”: si pensi agli importi che la rete attribuisce allo “stipendio” di preti e vescovi, cioè il doppio di quello che è in realtà; e molti ci credono. Pochissimi vanno a documentarsi sull’uso effettivo delle risorse che la Chiesa riceve attraverso l’8xmille e le offerte deducibili, benché sia facile farlo nei siti appositi. Le diocesi, poi, e di conseguenza le parrocchie, talvolta sottovalutano l’importanza della campagna per le firme.
Come si possono rendere le comunità ancora più protagoniste dell’attenzione che attraverso l’8xmille la Chiesa rivolge a tante realtà sul territorio?
Innanzitutto, mostrando le opere che vengono portate avanti e insistendo di più sul far conoscere “in loco” i risultati ottenuti.
A volte le notizie compaiono solo su giornali e siti diocesani e non su quelli “laici”. Uno strumento anche cartaceo (o scaricabile) snello, che annualmente renda conto dell’operato e che sia distribuito nelle parrocchie per la Giornata di sensibilizzazione potrebbe essere utile. So che ce ne sono tanti e che sarebbe facile scaricarli dalla rete ma tante persone, specialmente anziane, non lo fanno. Anche un piccolo dépliant sui progetti internazionali può essere importante.
Che cosa si sentirebbe di dire ai contribuenti italiani che stanno per decidere per chi firmare nella scelta della destinazione dell’8xmille?
Direi che con un piccolo gesto, che non costa nulla, si può contribuire “sinodalmente” alla crescita delle nostre comunità cristiane e civili, al sostentamento dei pastori e alla cura di tante persone che, nel mondo, hanno bisogno di assistenza e promozione.
Per ogni informazione, basta visitare il sito:
www.8xmille.it/come-firmare

Olivetti ed Apple, Adriano e Steve Jobs, visionari e innovatori. Un filo che lega le loro personalità (di Doriano Felletti)

Foto: Il computer Apple iMac G3
La puntata di Correva l’anno del 21 giugno 2011, dal titolo “Adriano Olivetti e Steve Jobs, la passione per il futuro” mise in atto un paragone forse ardito; ma certamente Olivetti e Jobs furono visionari e innovatori nella propria attività imprenditoriale. E vi sono delle analogie e una sliding door che li legano l’uno all’altro.
Il settore: l’elettronica. La Olivetti, fondata da Camillo nel 1908, orientò la propria attività imprenditoriale in campo meccanico, nella produzione di macchine per scrivere e, dal 1937, di macchine per il calcolo. Quando Adriano subentrò al fondatore, trovò un’azienda già ben avviata. L’ingresso nell’elettronica avvenne negli anni Cinquanta del Nove-cento: nel 1959 fu realizzato Elea 9003 presso il Laboratorio di ricerche elettroniche e nel 1964 fu presentata la Programma 101. Negli anni Ottanta fu la volta dei modelli M20 e M24. Apple Computer nacque invece in piena era informatica: fu fondata da Steve Jobs, Steve Wozniak e Ronald Wayne il 1º aprile 1976 a Los Altos, in California. Il primo successo commerciale arrivò con Apple II; nel 1984 fu la volta di MacIntosh. A partire dal 1997, con il rientro di Jobs in azienda, Apple si dedicò, oltre che alla produzione di computer, anche ai sistemi operativi e ai devices iPhone, iPod, iPad e iWatch.
Il design. Adriano Olivetti pensava che il prodotto dovesse essere bello e funzionale. Così, avviò la collaborazione con celebri designer quali Marcello Nizzoli, Ettore Sotsass Jr. e George Sowden. Tra questi, anche Mario Bellini, nato a Milano il 1º febbraio 1935, che entrò in azienda nel 1963 e fu il progettista della Programma 101, delle calcolatrici Divisumma 18 e 28, delle Logos e delle macchine per scrivere Praxis 35 e 45. Anche Jobs fu grande fautore della bellezza del prodotto, oltre che della sua funzionalità, e portò Apple fuori dalla crisi anche grazie al design. Nel giugno 1981, egli partecipò alla International design Conference di Aspen che aveva come tema “the Italian idea”: “ero andato a rendere omaggio ai designer italiani come il ragazzo di All American Boys rende omaggio ai ciclisti italiani […] e il viaggio fu una fonte di straordinaria ispirazione” (W. Isaacson, Steve Jobs, Mondadori 2011). Mario Bellini era tra gli invitati e Jobs ne fu certamente attratto, tanto che nel 1985 cercò di convincerlo a disegnare i prodotti Apple: “Jobs venne a trovarmi per ben due volte. Avevo lo studio in Corso Venezia e lui tentò di convincermi in tutti i modi di lasciarmi portare via per disegnare i prodotti Apple”.
Gli store. Secondo Adriano, il prodotto doveva essere valorizzato in appositi spazi espositivi, i negozi Olivetti, utili a rappresentare uno stile aziendale che coniugava l’eccellenza tecnologica alla bellezza. Il 26 maggio 1954 fu inaugurato lo showroom di New York al 584 della Fifth Avenue che la rivista Tempo definì «il negozio più bello della Quinta Strada»; nel 1958 fu inaugurato il negozio Olivetti di piazza San Marco a Venezia, un locale a due piani, opera dell’architetto Carlo Scarpa. Steve Jobs fece sua l’idea di Adriano e lanciò gli Apple store: i primi furono aperti il 19 maggio 2001 a Tysons Corner in Virginia e a Glendale, in California. Il primo Apple Store in Italia fu inaugurato a Roma il 31 marzo 2007.
La Silicon Valley. Apple Computer nacque nel garage della casa dei Jobs a Los Altos e oggi ha sede a Cupertino, nella Silicon Valley. Nel 1978, proprio a Cupertino fu inaugurato l’Olivetti Advanced Technology Center che aveva sede al 4 di Mariani Avenue; in quei locali furono sviluppati i personal computer M20 e M24. E sempre in quegli anni, Apple trasferì la propria sede a Cupertino, a Mariani Avenue, a due isolati di distanza dall’OATC. A seguito del successo commerciale, Olivetti ricollocò l’OATC in una nuova sede, sempre a Cupertino, in Stevens Creek Boulevard. I laboratori cessarono la loro attività alla fine degli anni Ottanta e, qualche anno dopo, divennero parte dell’Apple Campus.
Il motto. Nel 1997 l’agenzia pubblicitaria TBWA di Los Angeles creò per Apple lo slogan “Think different” per accompagnare la campagna pubblicitaria relativa al lancio sul mercato degli Apple PowerBook G3 e iMac. Chissà se lo slogan venne ispirato da quello che accompagnò la campagna pubblicitaria della Pro-gramma 101: “Think fast”.
Due geni al loro fianco. La fama di Olivetti e Jobs è legata all’operato di due geni del settore del calcolo elettronico che si distinsero per abilità e pragmatismo. Mario Tchou fu direttore del Laboratorio di ricerche elettroniche della Olivetti e progettò ELEA; il suo percorso di vita finì tragicamente il 9 novembre 1961 sull’autostrada Milano – Torino. Steve Wozniak nacque a San Jose l’11 agosto 1950 e fu tra i fondatori di Apple, dopo un trascorso in Hewlett Packard. Furono la sua grande abilità e le sue intuizioni a portare alla creazione dell’Apple I e dei modelli che seguirono, fino al 6 febbraio 1985 quando abbandonò l’azienda.
La sliding door. “Con lui feci la più grande stupidaggine della mia vita. Ero in California […] con Elserino Piol che mi disse: ‘Ci sono due ragazzi in un garage che stanno facendo progetti, passiamo un attimo’. Vidi ‘sti due, erano Wozniak e Jobs, che trafficavano con delle piastre elettroniche. Steve Jobs mi chiese se fossi disposto a mettere un milione di dollari di allora per avere il 20% dell’azienda. Io dissi a Piol: “Ma non stiamo a perdere tempo con questi due ragazzi, abbiamo cose più serie da fare’” (Carlo De Benedetti, presidente Olivetti). Nei primi anni Novanta, Jobs andò in visita agli stabilimenti di Ivrea, forse per vedere con i propri occhi l’azienda che lo ispirò profondamente.
Il confronto fra i due personaggi, che ci hanno entrambi lasciato prematuramente, fa emergere la grandezza di Adriano Olivetti: fu in anticipo sui tempi, il primo in Italia a credere nell’avvento dei calcolatori elettronici, e portò avanti la sua idea di futuro, nonostante l’ostilità degli ambienti industriali che, pochi anni dopo la sua morte, affossarono la Divi-sione Elettronica: il “neo da estirpare”.
Slogan della Programma 101Slogan Apple

Fede e martirio nel mondo in fiamme (di Filippo Ciantia)

Nel suo discorso al Corpo Diplomatico del 9 gennaio scorso, Papa Leone ha ricordato le parole di Papa Benedetto del 2012 sulla libertà religiosa: “Si tratta del primo dei diritti umani, perché essa esprime la realtà più fondamentale della persona”.
Intanto i cristiani continuano ad essere perseguitati. Pochi giorni fa gruppi jihadisti hanno attaccato il villaggio di Meza: i terroristi hanno bruciato la chiesa di São Luís de Monfort, nella diocesi di Pemba nel nord del Mozambico, dove, negli ultimi anni, più di 300 cattolici sono stati uccisi, la maggior parte decapitati. Dal 2017 sono state distrutte 117 chiese e cappelle, 23 soltanto nel 2025! Ma si tratta di una persecuzione di tutto il popolo: una guerra che è costata almeno 6mila morti e 1 milione di sfollati.
Nei giorni scorsi, a Gerusalemme è stata aggredita una suora francese, ricercatrice presso la Scuola Biblica e Archeologica: spinta a terra e presa a calci! Il video dell’aggressione è diventato virale, quasi un messaggio di quanta violenza insensata si è impadronita delle persone. In terra santa l’odio e una mancanza totale di volontà di pace hanno causato migliaia di vittime. Dopo il massacro di mille200 israeliani il 7 ottobre 2023, oltre 70mila persone, soprattutto civili, donne e bambini sono state uccise, nella striscia di Gaza, dove c’è una piccola parrocchia, luogo di rifugio e sofferenza.
In aprile nel villaggio libanese di Debel un soldato israeliano ha distrutto una statua di Gesù crocifisso con una mazza. Disprezzo per il cristianesimo e per la croce, simbolo e fonte di speranza e dignità per tutti; Papa Francesco direbbe: “tutti, tutti, tutti!”.
Nella prima tappa del suo recente viaggio africano, Papa Leone ha ricordato i 19 Martiri d’Algeria, che hanno versato il loro sangue per rimanere con il popolo sofferente, nella quasi totalità mussulmano, cui erano stati mandati e affidati. La Pace non nasce dalla violenza, ma da una testimonianza disarmata e disarmante di amore e fedeltà al popolo che invita a ”rimettere la spada nel fodero”.
“[…] il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura”
(Papa Leone XIV)
A costo del martirio.

L’Amore non pesa, non calcola, non si stanca… – Commento al Vangelo di domenica 10 maggio

Fermiamoci un istante su queste parole di Gesù, così semplici eppure così profonde: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Non una minaccia, non un obbligo scritto su tavole di pietra fredda, ma un invito sussurrato con tenerezza, quasi una supplica.
Gesù si fa mendicante del nostro amore. E questo dovrebbe scuoterci, nel pensare che il Signore dell’universo bussa al nostro cuore e chiede: “Mi ami?”.
Gesù apre uno squarcio su una relazione viva, dinamica, quasi intima: “Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”. Non è solo una questione morale, ma una questione di comunione. Non si tratta semplicemente di “fare il bene”, ma di entrare in una vita che ci attraversa, che ci abita.
Gesù conosce il cuore dei suoi discepoli, conosce anche le nostre paure, e aggiunge parole che hanno una tenerezza disarmante: “Non vi lascerò orfani”. È una promessa che tocca una delle ferite più profonde dell’uomo: la solitudine, l’abbandono, i timori. Gesù sa che verrà il momento in cui non sarà più visibile, in cui sembrerà assente, e anticipa questo smarrimento riempiendolo di senso: non sarà un’assenza, ma una presenza diversa.
Ma – siamo onesti con noi stessi – il nostro amore per Gesù è davvero il motore delle nostre scelte quotidiane, oppure osserviamo qualche precetto per abitudine, per paura, per convenienza sociale? C’è differenza enorme tra chi fa il bene perché teme una punizione e chi lo fa perché ama. L’amore non pesa, non calcola, non si stanca.
E proprio a chi ama, il Padre fa una promessa straordinaria: lo Spirito Santo, il Paraclito, Colui che si fa vicino. Non un codice di leggi più dettagliato, non una guida spirituale umana, ma una Presenza viva, interiore, permanente.
Lo Spirito non risponde al posto nostro alle domande della vita, ma ci consiglia come rispondere.
Quante volte, nelle scelte difficili, ci siamo fermati davvero in silenzio a chiedergli luce? O preferiamo sbrigarcela da soli, fidandoci soltanto della nostra intelligenza?
Gv 14,15-21
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre,
lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi.
Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Alex Zanardi, oltre la pista, oltre il traguardo: una vita che ha trasformato il dolore in esempio (di Cristina Terribili)

Foto: Di Brunhild Media – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=91518952
Alex Zanardi ha avuto una vita straordinaria, e forse straordinario lo è stato lui stesso sin dalle origini. A quanto si dice, sembra che una sua insegnante delle Elementari lo definisse un bambino coraggioso: la realtà è che forse sarebbe potuto diventare solo uno dei tanti campioni di automobilismo, dei quali pochi ricordano il nome a fine carriera. Eppure un evento straordinario, un incidente che ancora oggi a vederlo mette i brividi, ha permesso ad un campione “qualsiasi” di diventare l’uomo che oggi sentiamo di dover salutare.
Da quell’incidente, Alex Zanardi è uscito dalla notorietà del campione per diventare altro; il testimone di un amore indicibile verso la vita che ha continuato a “sfidare” e verso la quale si è imposto fino all’ultimo, soprattutto per l’amore che ha dedicato agli altri.
Probabilmente molti non erano a conoscenza della quotidianità di quest’uomo: di quello che aveva costruito per sé per continuare a gareggiare, ma soprattutto di ciò che rappresentava per gli altri, di come fosse capace di essere esempio, sprone, modello vivente di opportunità.
Solo un atto d’amore, verso sé stessi ed il prossimo permette di volgere lo sguardo verso le opportunità della vita e costruire una quotidianità fatta di parole di incoraggiamento per gli altri, continuando a credere nei propri sogni e facendo intravedere a chi sentiva di non avere un futuro che la vita ricomincia sempre, dopo ogni traguardo e anche dopo ogni sventura.
La straordinarietà di Zanardi non è stata solo quella delle grandi imprese ma quella delle piccole azioni di tutti i giorni, che solo alla sua morte ci sono state svelate. Zanardi non ha avuto mai paura di cadere, perché sapeva di poter contare sulle sue forze e sulla forza che riceveva dagli altri. È stato un uomo capace di chiedere aiuto, di dare fiducia, di non farsi distrarre dai suoi impegni e dai suoi obiettivi, che perseguiva meticolosamente. È stato capace di rimanere un uomo con valori solidi, con amori solidi e con uno sguardo sempre limpido.
L’eredità che lascia è l’idea che si può costruire una vita straordinaria giorno dopo giorno, che si può essere supporto alla vita degli altri, confidando che siamo destinati a qualcosa di più elevato nella nostra esistenza, consapevoli che non c’è un unico traguardo a cui giungere ma un cammino da percorrere: un cammino in cui si rischia sempre di poter perdere tutto, ma nel quale si può sempre ritrovare l’essenza di sé.

Caricamento