Tenuta Roletto
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giovedì 5 Marzo 2026

Reale mutua
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ERA IL 1979, IL VESCOVO RICONOSCE LE CAPACITA’ DI CHI DIRIGE MA ANCHE L’IMPEGNO DI CHI PRODUCE

Nel lavoro la centralità della persona umana

Le tre lettere di Mons. Bettazzi sulla crisi dell’Olivetti; il suo ruolo di pastore

(di Doriano Felletti)

Foto: Manifestanti ad Ivrea, foto da Il Risveglio Popolare del 1° novembre 1979. L’esordio in...

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Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi

PAROLA DI DIOAllora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA Prima Lettura Dal libro della Gènesi Gen 2,7-9; 3,1-7 Il Signore Dio...

Esercitazioni con nebbia e neve per il soccorso in caso di valanghe

Oltre 40 volontari hanno preso parte a tre giorni di formazione dedicati alla ricerca e al soccorso in valanga, insieme ai Vigili del Fuoco e al Soccorso Alpino, in uno scenario operativo reso ancora più realistico da nebbia, neve e prove notturne.
In un periodo caratterizzato da una frequenza particolarmente elevata di valanghe sull’arco alpino, esercitazioni di questo tipo assumono un valore concreto: rafforzano il coordinamento tra realtà diverse, migliorano la capacità di intervento in ambiente ostile e ribadiscono quanto la preparazione e l’autosoccorso possano fare la differenza nei primi minuti decisivi.

Presi i rapinatori del Movicentro fermati dai carabinieri di Ivrea i tre giovani autori della violenta rapina del 21 febbraio scorso

Nel tardo pomeriggio di sabato scorso, 28 febbraio, i Carabinieri della Compagnia di Ivrea, con il supporto dei colleghi di Settimo Vittone ed Agliè, hanno effettuato tre fermi di indiziato di delitto di iniziativa della polizia giudiziaria a carico di altrettanti giovani, gravemente indiziati dei reati di “rapina aggravata in concorso” e “lesioni personali aggravate prodotte mediante l’uso di armi”.
Le manette sono scattate ai polsi di tre giovani, tutti volti già noti alle forze di polizia dell’eporediese: un ventenne tunisino senza fissa dimora; ⁠una diciannovenne italiana; ⁠un diciassettenne, anch’egli tunisino.
Secondo la ricostruzione degli investigatori dell’Arma, i tre avrebbero commesso una violenta rapina ad Ivrea, in corso Nigra, nei pressi di un bar, il 21 febbraio scorso, ai danni di un trentenne residente in Emilia Romagna, percosso violentemente a pugni e calci nonché con l’uso di una catena, di un bastone di legno e pietre, il tutto per impossessarsi dei suoi effetti personali, di due collane d’oro che portava al collo e di un braccialetto in argento; a seguito dell’aggressione, la vittima era stata ricoverata in ospedale con prognosi di 30 giorni.
I carabinieri erano intervenuti nell’immediatezza dei fatti e grazie all’analisi delle testimonianze e delle attività tecniche, sono riusciti ad individuare i tre aggressori. A seguito dell’arresto, il maggiorenne è stato tradotto in carcere ad Ivrea, la ragazza alla Casa Circondariale di Torino “Lorusso e Cotugno” e il minorenne al C.P.A. “Uberto Radaelli”, come indicato dall’Autorità Giudiziaria competente (Procura della Repubblica di Ivrea per i maggiorenni e Procura per i Minorenni di Torino per il sedicenne).
A seguito della convalida il Tribunale di Ivrea ha disposto gli arresti domiciliari per la giovane e la custodia in carcere per il ventenne. Analogamente il Tribunale per i Minorenni ha convalidato il fermo del minore per il quale è stata disposta la custodia presso il carcere minorile. I provvedimenti a carico dei soggetti citati sono stati emessi durante le indagini preliminari e, pertanto, vige la presunzione di non colpevolezza.

Riforma elettorale: la tentazione e i rischi di “un uomo (o donna) solo al comando”

Oscurata dal fragore della nuova guerra in Medio Oriente, la proposta di legge elettorale presentata dal destra-centro merita tuttavia adeguata attenzione perché stravolge l’attuale sistema politico, con grandi rischi, in primis l’affidamento, del governo del Paese ad una minoranza radicale, di destra o di sinistra.
Il ddl “stabilicum” abolisce i collegi uninominali e assegna alla coalizione di partiti che superi il 40% dei voti espressi un forte premio di maggioranza (70 deputati, 35 senatori). In questo modo, con una coalizione portata a una schiacciante maggioranza del 57-58 per cento del Parlamento, i vincitori potranno non solo guidare il Governo, ma eleggere da soli il Presidente della Repubblica (non più garante dell’unità del Paese, in una linea super-partes alla Mattarella) e conquistare la Corte Costituzionale. In altre parole potrebbero “dominare” i tre poteri dello Stato: legislativo, esecutivo, giudiziario. Considerando le tesi dei sondaggisti sulla partecipazione al voto della metà degli italiani, con appena il 20% del consenso popolare gli schieramenti di destra o sinistra avranno per cinque anni il controllo totale dello Stato. Il radicalismo al potere, a prescindere dal risultato, con il superamento delle garanzie liberal-democratiche previste dalla Costituzione repubblicana.
Il modello ricorda l’uomo (o donna) solo al comando anche per altre due novità contenute nel ddl: l’indicazione del premier nel programma elettorale (con la pratica cancellazione del ruolo del Capo dello Stato), il rifiuto delle preferenze. Gli elettori non potranno scegliere i futuri parlamentari, ma solo indicare il partito prescelto, con la lista dei candidati già stabilita. Secondo l’ononorevole Pierferdinando Casini, ex presidente della Camera, questo sistema accrescerà ulteriormente l’astensionismo. Soprattutto sviluppa il potere dei segretari di partito, arbitri del destino politico dei parlamentari, ridotti al ruolo di persone di fiducia dei leader.
La proposta viene difesa dalla maggioranza nel segno della governabilità; ma la durata degli Esecutivi non può essere l’unico criterio di valutazione in un sistema democratico e partecipativo, come previsto dai Padri Costituenti all’indomani della fine della seconda guerra mondiale.
Tra l’altro la stessa durata del Governo Meloni smentisce le preoccupazioni sulla stabilità degli Esecutivi, i cui problemi derivano piuttosto dalla eterogeneità delle coalizioni.
Anche nelle drammatiche vicende della guerra USA-Israele contro l’Iran i due Poli si sono contraddetti: il sostegno del Governo Meloni alla linea Trump ha messo in difficoltà il Ministro degli Esteri Tajani rispetto alla posizione prudente dei Popolari europei, di cui Forza Italia fa parte; nel “campo largo” Renzi ha difeso il presidente USA, contestato duramente da Pd, M5S, AVS.
All’origine dello “stabilicum” c’è il timore, con l’attuale legge, di un “pareggio” tra i due Poli, con il conseguente ritorno a governi di larghe intese, mediati dal Quirinale (modello Draghi). Nei momenti difficili del Paese, con la guerra alle porte, la ricerca della solidarietà nazionale sarebbe preferibile alla rissa continua (emblematico lo scontro alla Camera tra l’ex premier Conte ed il ministro Tajani sulla “sudditanza” agli USA). Inoltre, con un’astensione al 50%, c’è da chiedersi se il bipolarismo destra-sinistra sia pienamente rappresentativo del pluralismo politico, sociale, culturale della società italiana.
In Germania il modello proporzionale classico, con sbarramento al 5 per cento, garantisce sia la governabilità sia l’espressione autonoma delle diverse forze politiche.
In ogni caso la legge elettorale non può essere un espediente di parte per vincere nelle urne, ma un progetto che interpella l’intera società italiana, senza escludere il Quirinale ed il potere giudiziario. C’è piuttosto un rischio di confusione con la campagna elettorale sul referendum sulla giustizia. La stessa scelta di Meloni e Schlein di attenuare il carattere politico del voto sulla legge Nordio (“non ci sarà crisi di governo, comunque vada”) dovrebbe indurre i due Poli alla massima ponderazione sul cambio della legge elettorale a pochi mesi dalle politiche 2027. Le regole democratiche sono un patrimonio prezioso per tutti.

RAEE, quasi 3mila tonnellate raccolte nel 2025: Piemonte terzo tra le regioni più virtuose

Si chiude con numeri solidi il 2025 di Consorzio Ecolamp: sono 2.947 le tonnellate di RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) correttamente avviate a riciclo. Un risultato che conferma il ruolo di riferimento del Consorzio nella gestione dei rifiuti elettronici, nonostante un lieve calo rispetto all’anno precedente.
A livello territoriale guida la classifica la Lombardia (763 tonnellate), seguita da Veneto (375) e Piemonte, che con 245 tonnellate si piazza al terzo posto tra le regioni più virtuose.
Il dato complessivo fotografa un mercato in evoluzione. Prosegue il calo strutturale delle sorgenti luminose (R5), legato alla maggiore durata dei prodotti a LED, ma crescono nuovi flussi, in particolare quello dei pannelli fotovoltaici a fine vita, sempre più rilevante nella transizione energetica.
Delle quasi 3mila tonnellate raccolte, 2.187 provengono da isole ecologiche e distribuzione (utenza domestica), mentre 760 tonnellate arrivano dai servizi dedicati agli utenti professionali. Proprio questo ambito si conferma strategico: nel 2025 sono state gestite 340 tonnellate di pannelli fotovoltaici, segnale dell’ingresso in una fase più matura del ciclo di vita degli impianti installati negli anni passati.
Il 2025 segna anche un passaggio chiave: da marzo Ecolamp ha esteso l’attività ai raggruppamenti R1 (refrigerazione), R2 (grandi elettrodomestici) e R3 (TV e monitor), completando così la gestione di tutte le tipologie di RAEE, domestiche e professionali.
Nel dettaglio, le sorgenti luminose (R5) si attestano a 1.096 tonnellate, mentre il raggruppamento R4 – piccoli elettrodomestici, elettronica di consumo, apparecchi di illuminazione e fotovoltaico – raggiunge 1.425 tonnellate, con una crescita del 18% nei servizi professionali. Un segnale chiaro: il riciclo dei rifiuti elettronici è sempre più centrale nell’economia circolare.

Guerra: chi stiamo diventando?

La tradizione cristiana parla di “giustizia” e “pace” come realtà inseparabili; ma noi decliniamo la giustizia solo in termini di forza legittima. Forse è tempo di fare un passo ulteriore: interrogarci sulle condizioni che rendono la guerra pensabile, prima ancora che inevitabile. Disuguaglianze globali, umiliazioni collettive, competizioni economiche travestite da ideali non sono cause lontane: sono intrecciate anche alle nostre scelte quotidiane di consumo, alle nostre priorità politiche, alla nostra idea di sicurezza.
Non ci chiediamo che cosa sta facendo la guerra alla nostra interiorità. L’esposizione continua a immagini di violenza modifica la percezione dell’umano e ci abitua a pensare che la vita valga in base alla bandiera che porta. È un rischio spirituale prima ancora che politico. Non abbiamo nessuna soluzione geopolitica da offrire, ma possiamo proporre e sostenere una conversione dello sguardo, rifiutare il linguaggio disumanizzante, dare spazio a chi costruisce ponti quando tutto invita a scavare trincee e ricordare che la pace non è ingenuità, ma scelta esigente di responsabilità.
Sul Medio Oriente in fiamme “tutti dicono già tutto”; su altri conflitti “tutti dicono poco o nulla”.
Ci è chiesto anche come comunità ecclesiale e civile di sottrarci al coro, quando il coro normalizza l’inevitabile. Escalation, deterrenza, bersagli, linee rosse… sono parole ripetute così frequentemente da sembrare ormai neutre, ma non lo sono. Colpisce l’assuefazione morale; non l’indignazione, quella non manca mai, ma la sua rapida evaporazione. Ogni nuova crisi scavalca la precedente. Ogni bombardamento dura lo spazio di un ciclo mediatico.
L’attenzione si sposta, la coscienza si alleggerisce. È una forma sottile di anestesia collettiva. Non siamo più crudeli; siamo solo più distratti, mentre la guerra diventa anche spettacolo competitivo dove si commenta la strategia come fosse una partita, dove si calcolano i vantaggi come in un bilancio aziendale. Si perde di vista l’essenziale: ogni scelta armata è una scelta che attraversa corpi concreti, famiglie, comunità. Oggi abbiamo tra le mani una domanda scomoda che giriamo pure a voi: non chi vincerà, ma chi stiamo diventando.

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