Tenuta Roletto
Risvegliopopolare.it

mercoledì 24 Giugno 2026

Reale mutua
Reale mutua
Risvegliopopolare.it

mercoledì 24 Giugno 2026

DIOCESI DI IVREA - CONFERENZA / RITIRO PER LA COMUNITà DIOCESANA

UNA MAGNIFICA UMANITÀ

(di Mons. Daniele Salera)

Preghiera – Invitatorio per il giorno di sabato (L. Andrewes) Signore, abbi pietà di noi...

PREVISTO PER FINE GIUGNO IL PELLEGRINAGGIO DIOCESANO AD ASSISI GUIDATO DAL VESCOVO DANIELE

I Francescani a Chivasso e a Rivarolo

Carletti, Bonifacio, la Parrocchia “dei Cappuccini”, una storia che ci accompagna

(di Francesco Mosetto)

Foto: Beato Angelo Carletti Il 26, 27 e 28 giugno si terrà il pellegrinaggio diocesano ad Assisi,...

Caricamento

EDITORIALE – Assimilazione Processo alla parola

Immagine generata con IA
Assimilare significa “rendere simile a sé ciò che inizialmente è diverso; è l’abbandono progressivo delle caratteristiche culturali originarie a favore di quelle dominanti”; “equivale a incorporare un elemento esterno fino a farlo apparire parte naturale dell’insieme riconoscibile come proprio”. “Un individuo è assimilato quando la sua appartenenza precedente perde rilevanza nella vita pubblica”; “significa diventare socialmente indistinguibili dalla popolazione che accoglie; una minoranza adotta lingua, costumi e valori della maggioranza fino a confondersi con essa”. “L’assimilazione culturale si realizza quando usi, simboli e riferimenti identitari vengono sostituiti da quelli della società ospitante”; “rappresenta il grado massimo di adattamento di un gruppo minoritario”; “è il superamento delle differenze culturali attraverso la convergenza verso una cultura comune”; “richiede che il nuovo arrivato modifichi i propri comportamenti per adeguarsi alle aspettative della società di accoglienza”.
Dalle sue stesse definizioni, l’assimilazione appare meno come un percorso di cittadinanza e più come una progressiva evaporazione delle differenze.
Come si misura il momento in cui essa sarebbe compiuta? Attraverso la lingua, le abitudini alimentari, le convinzioni religiose, i riferimenti familiari, il nome, l’accento? La memoria delle proprie origini?
La storia insegna che nessuna società è mai stata culturalmente omogenea; le identità nazionali stesse sono il risultato di stratificazioni, contaminazioni, incontri e conflitti protratti nei secoli. Pretendere che una persona possa essere completamente assimilata significa immaginare una cultura statica, perfettamente definita e immutabile, alla quale conformarsi. Ma una simile cultura non esiste. Persino le definizioni più favorevoli all’assimilazione riconoscono che si tratta di un processo lungo, incompleto e raramente totale.
Quelle più critiche osservano invece che l’obiettivo è irrealistico, perché l’identità umana non è una lavagna da cancellare per riscriverla da capo. Alla fine, il problema non è soltanto etico o politico. È semantico. Se assimilare significa diventare uguali, allora l’assimilazione completa non è un progetto di convivenza: è una finzione teorica che nessuna definizione riesce davvero a rendere praticabile nella vita reale.

Edizione 25 Giugno 2026

ANNO CVI – N° 25
Questo contenuto è riservato ai soli abbonati. Accedi. Non sei abbonato? Abbonati!

Vendette mancate e tradimenti sfumati (di Andrea Tiloca)

L’attento lettore ricorderà la storia del giovane Remo, il quale essendo stato allontanato da un suo coetaneo di Brosso mentre invitava al ballo una giovane e graziosa signorina, decise di vendicarsi quando questi venne a trovare una delle sue morose a Vico [n.d.r.].
Avendone studiato gli orari e gli itinerari, lo attese nascosto dietro la fontana che si trova in Piè di Vico, all’angolo tra via dei Martiri e via 13 marzo 1821 e, giocando di sorpresa, visto arrivare nel buio una sagoma maschile, si tolse la giacca, gliela gettò in testa e iniziò a percuotere sonoramente il malcapitato preso di sorpresa. Infine, ripresa la giacca, scappò col favore delle tenebre. Ma le tenebre gli avevano giocato un tiro mancino. Il giorno seguente, a pranzo, sentì la madre che raccontava incredula al marito che aveva sentito in negozio che la sera prima qualche malandrino aveva teso un agguato al povero segretario comunale, malmenandolo brutalmente. A Remo si gelò il sangue nelle vene e fu rassicurato solo dopo aver sentito che la madre continuava dicendo: “Purtroppo non ci sono testimoni e il segretario non ha riconosciuto l’aggressore.”
Remo non raccontò mai alla mamma, neppure anni dopo, di essere stato l’involontario protagonista di quella sciagurata aggressione. Egli, nei primi giorni dalla fine del secondo conflitto mondiale, venne dato per disperso in guerra, ma la madre non volle credere che non l’avrebbe più visto e continuò a dire alle sorelle che un giorno avrebbe sentito nuovamente in cortile l’inconfondibile fischio che lui faceva ogni volta che tornava dal lavoro. E poche settimane appresso così avvenne.
Si diceva prima che i rivali vichesi, con animo screanzato, definissero i brossesi come persone scimunite e perciò raccontavano storielle inverosimili come quella di aver posto un enorme lenzuolo che dalla punta del campanile di Brosso giungeva a terra, il quale ogni sera veniva tagliato appositamente, per cui i brossesi si incantavano ad ammirare la loro torre campanaria che, secondo loro, diventava sempre più alta poiché il lenzuolo si accorciava, oppure come la storia del brossese che, dopo aver fatto fieno tutta la mattina, si era coricato nel prato per riposare. Il riposino era durato piuttosto a lungo e quindi alcuni compaesani gli si erano avvicinati per capire cosa succedesse e uno di loro, osservandolo bene, concluse che era sicuramente morto. Discutendo, decisero di riportarlo a casa sua ma si posero la questione su quale fosse la strada più corta, al che il ragazzo, steso e fino a quel momento inerte, si sollevò seduto e disse “Mah, quando ero vivo passavo per la Bora doo Curiglio, ora che sono morto però fate come meglio credete”, poi si stese nuovamente e fu infine condotto a casa a spalle per la strada da lui indicata.
Un triste racconto, vero questa volta, riguarda una certa Ugolina, gestrice della locanda Corona Grossa di Vico, la quale innamoratasi di un giovane siciliano, avventore per un certo periodo del suo albergo, decise di seguirlo nella sua terra per sposarlo. Presero gli accordi che lui sarebbe partito prima e lei lo avrebbe raggiunto in un secondo tempo, dopo aver sistemato alcuni affari. Il ragazzo partì dal porto di Genova alla volta di Catania con molti bauli, alcuni dei quali contenevano anche il corredo di Ugolina, ma non arrivò mai nella sua terra perché la nave colò sciaguratamente a picco durante il tragitto. Ugolina rimase quindi a Vico a lavorare nel suo albergo e insegnò il mestiere anche a Tonino, il figlio di suo fratello, che poi gestì per anni l’altra Locanda detta dell’Universo.
Terminerei con un racconto più leggero e anche un po’ pungente. Sempre a Vico, un sedicente casanova sposato con prole, faceva una corte spietata ad una signora anch’essa maritata. Questa lo aveva sempre rifiutato finché, estenuata, un giorno rispose “Va bene, mi concederò a te, ma a patto che tu mi regali una toma intera”. L’uomo accettò e chiese dove e quando avrebbero potuto incontrarsi per consumare il rapporto. Lei rispose: “Dopo-domani notte alle dieci nell’arian del forn” (ossia nello scannafosso presente tra la costruzione che ospitava il forno pubblico e la proprietà vicina).
L’astuta donna ebbe tutto il tempo di avvisare la moglie del suo spasimante e di proporle di tendergli un tiro mancino, ovvero di andare lei stessa all’appuntamento, tanto, le disse: “È notte, lì è buio pesto, non si accorgerà che sei tu e non io. Sta a te essere astuta e non farti riconoscere”. La moglie accettò.
La sera in questione l’uomo si recò all’ora prestabilita nel luogo convenuto e trovò delle dolci braccia femminili ad attenderlo. Queste lo avvolsero in un morbido abbraccio e i due consumarono. Al termine del “convegno amoroso”, come si definiva all’epoca, l’uomo espresse tutta la sua soddisfazione asserendo di non aver mai provato una sensazione simile a quella sera in vita sua. Consegnò la toma e andò a farsi un bicchiere alla Corona Grossa.
Il giorno seguente a pranzo la moglie mise in tavola la polenta e incominciò a tagliare delle generose fette di toma per lei, per i suoceri e per i figli, esagerando alquanto come non faceva mai anche a causa della proverbiale avarizia del marito che controllava ogni spreco. Fu a quel punto che l’uomo batté un pugno sul tavolo chiedendo alla donna se fosse impazzita a fare delle porzioni tanto abbondanti, e continuò dicendo che lui lavorava alacremente per portare il pane in tavola mentre lei stava a casa a oziare e si permetteva anche di sprecare. La donna, con tutta calma tagliò un’ultima enorme fetta, la porse al marito dicendo: “Tranquillo, questa la offro io. Sai l’ho guadagnata ieri sera con un lavoro che ho fatto nell’arian del forn. Una sensazione mai provata, credimi.” e lo abbracciò alla stessa maniera della sera precedente.
Presumo sia calato un gelido silenzio.

Il patrono sconosciuto di Palermo (di Filippo Ciantia)

Ci sono stati due momenti che rimarranno indimenticabili nel viaggio di Papa Leone XIV in Spagna.
L’8 giugno, incontrando i membri del parlamento, il Papa ha richiamato il primo romanzo moderno europeo, il Don Chisciotte, dove Cervantes proclamò che “la libertà […] è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini”. Subito dopo ha evocato il contributo decisivo del movimento filosofico, teologico e giuridico che si sviluppò, quale culmine del pensiero occidentale, nel XVI secolo presso l’università di Salamanca: “Ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana”.
Pochi giorni dopo, a Las Palmas de Gran Canaria, Papa Prevost ha affermato che “ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore […] Cari migranti voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità”.
Recentemente, visitando una comunità di suore comboniane a Brescia, mi aveva colpito un’icona di San Daniele Comboni che spiccava su una parete della sala da pranzo. In essa, quattro figure accompagnano il volto del santo: alla tradizionale “santa triade” devozionale (Gesù e il Suo Sacro Cuore, la Madonna e San Giuseppe) si accompagna, in basso a sinistra, un quarto personaggio. Si tratta di San Benedetto il Moro (1524-1589), sconosciuto compatrono di Palermo e contemporaneo del periodo d’oro dell’università di Salamanca.
Francescano laico siciliano, figlio di schiavi africani, era conosciuto come il “santo nero”. La sua figura esercitava un forte richiamo simbolico: di origine africana, povero, analfabeta, ma riconosciuto dalla Chiesa per la sua santità e sapienza. Considerato santo già in vita, il suo culto si era subito diffuso soprattutto in Sicilia, in Spagna e nell’America Latina, dove era venerato come protettore degli africani e dei discendenti degli schiavi.
Il “pensiero di Salamanca” non è solo una elaborazione filosofica e teologica, ma nasce dall’esperienza della santità nella chiesa. Ogni uomo e ogni donna, indipendentemente dall’origine, dal colore della pelle o dalla condizione sociale, sono creature di Dio chiamate alla santità: ed è ciò che è accaduto e accade veramente.
Il “santo nero”, segno profetico della dignità e della vocazione dell’Africa, richiama il sogno di San Daniele Comboni: “Salvare l’Africa con l’Africa”.

Caricamento