Nel mio recente viaggio in Uganda ho scoperto i bambini di strada a Gulu. Gli effetti di oltre vent’anni di insurrezione sono ancora visibili: sono nate gang di ragazzini dagli 8 ai 15 anni, violente, temute, in lotta tra loro. Alle loro gravi malefatte, la gente esasperata e la polizia rispondono con violenza. Eppure c’è qualcuno che li accoglie e se ne prende amorevolmente cura. Non è ragionevolmente comprensibile aver pietà di tali piccoli diavoli, eppure accade.
Vicino alla imponente cattedrale, c’è un giardino fiorito, pieno di alberi e di colori. Ci vivono le italiane Giovanna e Dorina e l’eritrea Teibe. Sono tre suore comboniane che offrono formazione religiosa dei giovani, garantiscono cure mediche, sostegno a distanza e accoglienza per orfani, promuovono laboratori artigianali, microcredito e progetti educativi per ridare dignità, autonomia e futuro a donne vulnerabili e alle comunità.
Un bel giorno la polizia si presenta al convento e chiede aiuto per affrontare il crescente problema dei ragazzi che vivono in strada, ormai sempre più numerosi e considerati un vero pericolo per la città.
Missione impossibile: sono violenti, usano droghe, bevono superalcolici e sniffano benzina e colla, entrano ed escono di galera, sono evitati da tutti. Tuttavia apre un centro di accoglienza diurno. All’inizio sospettosi, poi conquistati dal cibo e dalla gentilezza, i bambini di strada arrivano. Si presentano a volte feriti, anche gravemente. Eppure, nel piccolo centro, misteriosamente, regna una pace strana, poco comprensibile, visti i soggetti e la loro fama.
“Se Dio ama me con tutti i miei limiti e peccati, certamente ama questi bambini – sussurra con gli occhi lucidi suor Giovanna –. Diversamente da me non hanno avuto una famiglia o una educazione!”.
I piccoli ladri e i criminali odiati da tutti sono conquistati da un amore ed una accoglienza impossibili, di cui sanno di non essere degni. Alcuni riprendono a giocare come i bambini della loro età.
[…] io, Dio, ho le braccia legate per la mia eternità/ Quest’avventura con la quale mio Figlio mi ha legato le braccia./ Per l’eternità legando le braccia della mia giustizia, per l’eternità slegando le braccia della mia misericordia./ E contro la mia giustizia inventando una giustizia stessa./ Una giustizia d’amore. Una giustizia di Speranza. (Charles Peguy. Il portico del mistero della seconda virtù)


