Quando finisce l’età dell’innocenza? La giovinezza è ancora l’età dell’innocenza? E quand’è che questa “presunta” innocenza viene meno? Quando si cominciano a comprendere il significato e le conseguenze dei propri comportamenti e quando inizia quella capacità di autodeterminarsi, di compiere scelte autonome, controllando i propri impulsi e fermandosi, al momento opportuno?

La legge stabilisce dei criteri e dei limiti ma, in una società che evolve e, con l’evoluzione di tanti sistemi e mezzi evolvono anche la mente e le competenze cognitive, sorge il dubbio che alcuni riferimenti debbano essere rivisti e riconsiderati. I bambini possono essere considerati appieno dei soggetti attivi in grado di autodeterminarsi, di raccogliere ed interpretare informazioni, di trarre significati e di costruirli attivamente, così come sono abili nell’influire e modificare l’ambiente che li circonda per raggiungere gli obiettivi che si sono prefissati. Sappiamo anche che i bambini a partire dagli 8-9 anni di età sono in grado di valutare le intenzioni che sottostanno ad un determinato comportamento e che ne presuppongono un giudizio morale.

Quando allora possiamo considerare “intenzionale” un’azione e definire quali sono gli elementi che la caratterizzano? Possiamo fare riferimento ad un modello teorico che suddivide la volontà di azione in tre componenti su cui la decisione si basa: “quale” azione eseguire, “quando” eseguirla e se “metterla in atto” o arrestarla. Possiamo davvero definire “non intenzionale” un’azione che nasce da una decisione lucida e si sviluppa attraverso passaggi precisi? Eliminare ciò che provoca fastidio, procurarsi gli strumenti necessari nei tempi giusti, pianificare ogni fase, coinvolgere altre persone e arrivare infine all’esecuzione: tutto questo non è forse il segno di una volontà consapevole?

Se così fosse, emerge un interrogativo ancora più delicato. Quando un giovane, consapevole che a 13 anni non è penalmente perseguibile, agisce seguendo questo schema, possiamo continuare a sostenere che sia incapace di intendere e di volere? Ha ancora senso il presupposto secondo cui non sarebbe in grado di comprendere il significato delle proprie azioni o di controllare i propri impulsi? Tutte domande che mettono in discussione un paradigma giuridico consolidato e che, oggi più che mai, richiedono una riflessione attenta.

Non sarebbe forse utile allontanare la visione romantica dell’infanzia ripensando ai bambini in virtù della loro capacità di autodeterminarsi e, attraverso questo, rivedere le azioni educative e rieducative?