Non sono mai stato preoccupato dall’Intelligenza Artificiale. Non appartengo a quella schiera che profetizza sostituzioni integrali e atrofie cognitive di massa, né ho mai ceduto all’idea di un’umanità resa inerte da strumenti troppo intelligenti. Sono sempre stato convinto, e continuo ad esserlo con una certa fermezza, che se l’uomo impara a usarla fin dagli anni della formazione con cognizione e spirito critico, diventa uno strumento capace di renderci più efficienti e persino più bravi in ciò che facciamo. Per noi studenti significa uno studio più rapido e stratificato, per noi giornalisti un’analisi dei dati più agile e comparazioni rapide, per ogni professionalità un miglioramento concreto delle proprie possibilità operative.
In questi giorni, tuttavia, qualcosa mi ha lasciato perplesso. Ho visto circolare contenuti provenienti da ambienti importanti con immagini pesantemente manipolate tramite IA, in modo evidente, oserei dire, in buona fede: un uso quasi ingenuo che non raffina, non supporta, non chiarifica, ma altera in maniera plateale, esponendo l’immagine a una fragilità evidente. Il risultato scivola verso una comunicazione opaca, esponendo chi pubblica a una perdita di credibilità difficilmente giustificabile. I casi non sono rari in ambiti istituzionali, con la tendenza, probabilmente, a moltiplicarsi.
Il problema non è lo strumento, che resta potente e neutro, ma l’uso che se ne fa, la leggerezza con cui si rinuncia a un criterio minimo di trasparenza. Un fotografo oggi utilizza l’IA con naturalezza nella post-produzione, intervenendo sul rumore digitale, migliorando la qualità, eliminando elementi disturbanti. Sono operazioni tecniche, quasi invisibili, che rispettano l’immagine. Alterarla completamente appartiene a un altro livello, che richiede consapevolezza e dichiarazione esplicita, e le finalità giocoforza si allontanano da quelle della cronaca.
Resta allora una domanda sospesa, quasi inevitabile: quale vantaggio c’è? Pubblicare immagini così costruite genera solo rumore e reazioni superficiali. E se nel mio ambito riesco ad accorgermene con facilità, mi chiedo quante altre cose mi sfuggano altrove. Se questo spirito critico più o meno si sviluppa in un giovane è evidente che l’effetto spugna in un anziano sarà più radicale. Nonostante questo, continuo a fidarmi dell’uomo, della sua capacità di usare gli strumenti senza esserne usato, mantenendo uno sguardo lucido anche dentro un mondo sempre più insidioso.


