Il gruppo di ricerca Footprints della Pontificia Università della Santa Croce torna a interrogare il rapporto tra giovani e lavoro in nove Paesi: Argentina, Brasile, Filippine, Italia, Kenya, Messico, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti. Il sondaggio, condotto tra gennaio e febbraio 2026 su oltre novemila giovani tra i 18 e i 29 anni, restituisce un quadro articolato, nel quale il lavoro non appare più soltanto come fonte di reddito, ma come luogo di ricerca di senso, equilibrio e benessere personale.

Tra i dati più interessanti emerge la diversa geografia del supporto emotivo. La famiglia resta il principale punto di riferimento, indicata dal 62% del campione, ma le modalità con cui i giovani affrontano le difficoltà cambiano sensibilmente tra credenti e non credenti. Quasi la metà dei credenti dichiara infatti di rivolgersi a Dio nei momenti di crisi lavorativa, mentre tra i non credenti risultano più frequenti il ricorso agli amici, a internet e agli specialisti della salute mentale. Anche il rapporto evidenzia come la voce circa l’amicizia sia significativamente più alta tra i non credenti.

Sul fronte tecnologico prevale una posizione meno allarmistica del previsto. Meno della metà degli intervistati teme che l’intelligenza artificiale possa sostituire posti di lavoro nel proprio settore, mentre la maggioranza riconosce i vantaggi della flessibilità introdotta dal digitale: il 71% ha già sperimentato forme di lavoro da remoto e il 60% considera la flessibilità oraria il beneficio principale. L’IA viene dunque percepita soprattutto come una sfida formativa e organizzativa, più che come una minaccia imminente.

Il rapporto conferma inoltre un forte legame tra fede, vocazione professionale e benessere soggettivo. Chi percepisce il proprio lavoro come vocazione ha probabilità molto più alte di dichiararsi felice rispetto a chi non avverte questo senso di chiamata. I credenti registrano anche livelli medi di felicità superiori rispetto ai non credenti, con dati particolarmente elevati in Brasile e Messico. Per molti giovani la fede rappresenta una bussola concreta nelle decisioni quotidiane e attribuisce al lavoro un significato spirituale.

Ne emerge una generazione che domanda ambienti lavorativi sani, relazioni affidabili e un “salario emotivo” accanto a quello economico. Quasi la metà degli intervistati lascerebbe un impiego stabile se il contesto fosse percepito come tossico. La sfida per aziende, università e istituzioni appare quindi duplice: formare competenze adeguate alla trasformazione tecnologica e costruire contesti umani capaci di sostenere senso, appartenenza e benessere.