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Passano le Frecce tricolori e tutto il Paese è con il naso all’insù. È un misto di emozioni, di quasi futurista memoria, dove il prodigio della tecnica, la potenza della forza e la “bellezza della velocità” commuovono e scaldano il cuore.
A dire il vero questo patriottico sentimento, di filiale devozione verso un vessillo che si innalza glorioso, ha la vita di una farfalla: pochi battiti d’ala e già svanisce, per tornare nel melmoso passivismo indifferente.
Nei giovani, miei coetanei, lo vedo in maniera chiara, persino quasi sommessamente contraddittoria. Gli stessi che il 25 aprile voltavano altrove lo sguardo, il 2 giugno erano in prima fila alla parata ai fori imperiali. Difficile immaginare però il secondo anniversario senza il primo.
Ma comunque, in ogni caso, tempo un giorno (il 3 giugno, o esagerando il 4, quando questo giornale sarà in edicola), e già tutto sarà svanito. Ci gloriamo di questa patria quando è trend, quando fa diventare virale il video della scodinzolante Briciola (il cagnolino mascotte dei Carabinieri), quando Sergio Mattarella ti saluta dalla Flaminia presidenziale o quando – e lì torniamo – il rombo di tuono delle Frecce ti perfora i timpani.
C’è addirittura chi alla mia età scende a Roma dalle care terre piemontesi solo ed esclusivamente per godersi i festeggiamenti, concedendosi queste ferie in nome di una patria di cui il giorno dopo ci si è già dimenticati. A dire il vero c’è pure chi, vista la chiusura delle Università, ne approfitta per ritagliarsi una giornata di mare, e non è una scelta intrinsecamente sbagliata.
C’è da chiedersi se in questa patria, che pare pure senilmente passiva di fronte al mondo, ci si creda ancora. Se in un giorno a caso di metà febbraio, senza Frecce nel cielo della Capitale, quel sentimento per noi sia lo stesso. O se invece – io lo credo più probabile – l’italianità sia un fattore che ci lasciamo vivere e scivolare addosso, per il quale nulla daremmo e nulla daremo, ma che ci piace quando decora il nostro petto con la coccarda tricolore.
Non ci viene chiesta la vita, sebbene molti l’abbiano oggi e un tempo donata, ma quantomeno di vivere da cittadini, di essere espressione di quella sudata e insanguinata Repubblica che tanto ci è cara. Oggi il mondo ci porta alla polarizzazione, alla logica degli eccessi, al politicismo senza mezze misure, e noi giovani ne siamo i primi fautori. La Repubblica ci insegna l’opposto: la feconda costruttività dialettica. A questo dovremmo pensare, a questo quantomeno proverò a pensare la prossima volta che le Frecce solcheranno il cristallino cielo di Roma.


