Foto: Lencio (Lorenzo Prola), Lorenzo Marten Canavesio e Mario Favero Longo

“È importante avere una valle, per nascerci, per viverci e per morirci. Quand’anche tu ne sei lontano, essa ti accompagna ovunque sei, racchiusa nello scrigno del tuo cuore, insieme con ondate di profumo d’infanzia, con il ricordo di giochi, del magico silenzio invernale, con la rapida visione di masse cangianti di nubi in fuga sui monti o della vampa ardente di remote estati, quando l’intera valle sembrava un calice verdeggiante sormontato da una campana di cristallo”.

Così si esprimeva lo scrittore valchiusellese Bernardo Bovis in un suo scritto. Mi è piaciuto citarlo perché soprattutto grazie a lui e alla mia prozia Maria Bario io ho, ancora oggi, a distanza di molti anni dalla scomparsa di entrambi, un nitido ricordo di narrazioni di alcune vecchie storie valligiane.

Furono loro, infatti, a farmi conoscere la pittoresca figura di Lencio, al secolo Lorenzo Prola, un animo semplice e fanciullesco, spesso mira di scherzi anche un po’ troppo crudi da parte di alcuni, ma, al fine, amato da tutto il paese. Egli, disadatto a gestirsi da solo, visse gran parte della sua vita al ricovero dei poveri vecchi del suo paese di Vico, che lo accolse già in giovane età grazie al buon cuore del suo fondatore don Pietro Aimino e alle suore della Santissima Annunziata che vi operavano. Egli un giorno espresse il desiderio di candidarsi alla carica di sindaco e per dissuaderlo qualcuno gli disse che non poteva ricoprire due cariche insieme, perché lui era già sindaco del Ricovero.

Per convincerlo ulteriormente gli fu regalata anche la fascia tricolore e fu così che, in molte cerimonie, accanto al sindaco effettivo, compariva ad un certo punto il buon Lencio che, con la sua fascia tricolore, elegante e impettito ascoltava l’inno nazionale o La leggenda del Piave e, dopo il discorso di rito del primo cittadino, andava a complimentarsi col “collega”.

Sempre a Vico, nella vecchia piazza Vittorio Emanuele, più nota come piazza del forno, viveva una singolare signora che in paese appellavano col nome poco amabile di Orca ‘t Carlo. Era uno spirito fanciullesco anche lei e amava divertire i bambini producendosi in un vero e proprio spettacolo in cui lei faceva incredibili smorfie, versi e contorsioni, denominato La mort ‘t bargnif (La morte di Belzebù). Si radunavano attorno a lei nella piazza o in qualche cortile veri e propri stuoli di bambini divertiti e festanti per vederla e lei, al termine dello spettacolo, li rimirava fiera e orgogliosa di tanto apprezzamento. Per due ragazzini un po’ discoli vi era anche un altro spettacolo serale di cui lei era sempre protagonista, ma questa volta inconsapevole. Stefano e Sergio, allorché la vedevano rincasare si arrampicavano su un muretto per vedere quando lei si preparava per andare a dormire. Ma i fanciulli non avevano fini impudichi, bensì amavano osservare lei che scioglieva le sue folte chiome mentre, di volta in volta, prendeva i tanti pidocchi che vi soggiornavano e infine, con meticolosità, li schiacciava col pollice sul tavolino da notte, contandoli scrupolosamente ad alta voce. Divertimenti innocui, semplici, che non arrecavano sconvenienza a nessuno.

Ancora nella stessa piazza, Secondo, uno degli storici gestori dell’albergo Corona Grossa era un vero e proprio mattacchione, di quelli che le raccontano così seriamente da farci cascare chiunque, perfino un novello geometra a cui disse con solennità che il bancone del suo bar era costruito in legno di fragola. Alle obiezioni di quest’ultimo, che asseriva essere quella una vera e propria eresia poiché non esisteva questo tipo di legno, Secondo sentenziò gravemente, portando una mano alla fronte: “Poveri noi, proprio lei mi dice questo, quando è risaputo da chiunque che i metri dei geometri sono, di regola, fatti in legno di fragola e a questo punto io dubito che lei si sia realmente diplomato”. Il povero ragazzo rimase sbacalito e infine disse confuso e balbettante che effettivamente si era dimenticato di questo fatto. Quindi la serata si concluse brindando al pregiatissimo legno di fragola.

Un simpatico aneddoto vede invece protagonista il già citato don Pietro Aimino, arciprete di Vico, il quale ogni domenica dopo la Messa solenne delle 10,30 si recava dalla chiesa parrocchiale al Ricovero dei poveri vecchi per pranzare. Il suo percorso era sempre il medesimo; saliva l’erta del Molinas e costeggiava il lavatoio pubblico, per poi imboccare via Mazzini e via Costituzione. Una delle tante volte, passando accanto al lavatoio fu salutato da alcune lavanderine, diciamo poco devote perché non avevano partecipato alla Messa, ma soprattutto note in paese per avere una lingua biforcuta. Il buon presule rispose gentilmente al saluto, sennonché una di esse, più sfacciata, ponendo una mano sul fianco gli si rivolse con tono spavaldo dicendo “Dica arciprete, è per caso poco lecito per noi di lavare e sciorinare i panni in giorno festivo?”.

La risposta di don Aimino, che non aveva neppure fermato il passo, arrivò repentina: “Direi che potrebbe anche essere lecito, purché laviate e scioriniate solo i panni vostri”. Una fragorosa risata si levò nel lavatoio e la insolente signora fu chiamata dalle altre a ritornare al suo lavoro e a tacere per non peggiorare la sua già miserrima figura. Tra i vari punti fermi dei paesi di un tempo, c’era senz’altro quello della rivalità tra alcuni di essi, la più nota delle quali era quella tra Vico e Brosso, rivalità che si esprimeva in curiosi racconti di fantasia cui farò cenno più in là, ma che raggiungeva il culmine tra i ragazzi durante il corteggiamento delle fanciulle soprattutto alle feste da ballo. Fu così che il giovane Remo, scocciato per essere stato malamente allontanato da un suo coetaneo brossese su un ballo a palchetto, mentre invitava una graziosa signorina, e di aver da lui subito altri torti e sbeffeggiamenti, non potendo reagire perché l’altro aveva anche una fisicità più possente della sua, decise di vendicarsi una volta che il rivale, molto libertino, veniva a trovare una delle sue morose a Vico.
[continua sul prossimo numero]