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Nella stessa giornata ho ricevuto una email dal monastero benedettino della Cascinazza, presso Milano, e ho appreso della morte di Carlo Petrini, fondatore di Slow food.
I monaci condividevano la passione e la cura con cui producono il miele, la birra, un distillato. Quando lavorano con fatica la terra, raccolgono gioiosi il miele o seguono con attenzione la fermentazione della birra, non svolgono un’attività semplicemente per il mercato e il proprio sostentamento. Sono coscienti di collaborare all’opera di Dio nel mondo. Una vita di nascondimento e di operosità che educa alla pazienza, al rispetto dei tempi della natura, ammirati dalla fecondità della terra e dalla Provvidenza. Il prodotto non dipende da una etichetta che porta il nome di una abbazia, ma racconta il valore nobile del lavoro umano e di una vita in comunione e condivisa in tutti i dettagli quotidiani, soprattutto nelle attività comuni.
“Ogni volta che stappate una nostra birra o assaggiate il nostro miele, non state solo gustando un prodotto artigianale. State entrando in dialogo con la nostra quotidianità: silenzio, preghiera e un lavoro fatto bene”.
A suo modo, anche Carlo (“Carlin”) Petrini – anima di Slow Food, uomo delle osterie piemontesi, dei piccoli contadini, delle piazze e delle battaglie politiche per difendere la terra e il cibo dall’omologazione dei supermercati e dei fast food – cercava “il senso religioso della terra”: aveva percepito che la realtà rimanda sempre a qualcosa di più grande, che la vita non può essere ridotta a funzione, consumo o profitto.
Due storie diverse, due linguaggi quasi opposti, due visioni nate in ambienti che per molti anni si sono persino guardati con diffidenza.
Eppure, Petrini ammirava i monaci: “[…] le comunità benedettine […] hanno reinventato l’agricoltura in tutta Europa [… e salvato] la nostra civiltà contadina. Sulla base di una regola scritta da un uomo morto nel VI secolo, dall’VIII secolo al 1300 e oltre, i monaci salvarono l’ambiente e allo stesso tempo gli uomini dalla fame. […] anche noi dobbiamo ridare valore alle comunità, come fecero i monaci medievali. Sono le comunità locali che costituiscono il perno dell’economia”.
Davanti a tecnologie sempre più potenti, ciò che manca non è anzitutto l’intelligenza delle macchine, ma una sapienza umana del vivere. Come quella degli amici monaci e del caro Carlin.


