Immagine generata con IA

Di recente ho avuto modo di sfogliare un libro di un sacerdote religioso, padre Stefano Albertazzi, che raccoglie alcune riflessioni sul mondo dell’arte di don Divo Barsotti. Devo dire che è stata una lettura, per quanto possa sembrare strano, squisitamente estiva: un linguaggio semplice, pagine che scorrono senza fatica e una lunghezza che non rappresenta affatto un ostacolo.

In realtà, però, non serve leggere un libro per capire come l’arte sia forse il linguaggio più efficace con cui l’uomo ha provato a raccontare Dio e a tramandare la fede. Basta entrare in una qualsiasi chiesa di paese. Affreschi, statue, dipinti, architetture: tutto parla di un desiderio di rendere visibile l’invisibile. E tutto parla di una sorta di educazione che l’uomo consegna all’uomo tramite l’arte, specie in tempi in cui la rappresentazione figurativa era l’unico mezzo di trasmissione.

Pensare ai grandi maestri dell’arte cristiana come a degli “ispirati”, prendendo il termine alla lettera per quello che significa per noi cristiani, è senz’ombra di dubbio un’esagerazione. Ma è un’immagine iperbolica che aiuta a comprendere, con semplicità, quanto le loro opere abbiano saputo dire di Dio anche senza ricorrere alle parole.

Quello che invece mi ha lasciato il libro sono alcune brevi frasi di Barsotti, tratte da interventi diversi, nelle quali si intravede una riflessione che va oltre l’arte stessa: “Anche chi nega Dio lo rivela”. E ancora: “La misura dell’uomo è la presenza di Dio, non solo quando l’arte lo confessa e lo celebra, ma anche quando lo vuole negare e lo bestemmia”.
E sono parole che, devo dire, non ero così convinto di aspettarmi. Ma che in fondo sono così chiare perché scritte nella forma dell’uomo. Sono parole che fanno pensare.

È di questi giorni la triste notizia della profanazione del santuario di Medjugorje – ed anche, per verità, della tempestiva riparazione ad opera dei locali – e mi viene da chiedere, come provocazione che rivolgo anzitutto a me stesso, se anche gesti come questi non finiscano, paradossalmente, per parlare di Dio. Non perché abbiano qualcosa di buono o di giustificabile, ma perché raccontano comunque un’esigenza dell’uomo di fare i conti con Lui, di metterlo al centro della propria vita, fosse anche per respingerlo. Di quella nostalgia di Dio, per usare il titolo del libro, che forse non smette mai di bruciare.