Con Regio Decreto del 25 maggio 1862 Guido Giacosa, padre dello scrittore, drammaturgo e librettista canavesano Giuseppe, venne nominato Sostituto Procuratore Generale del re preso la Corte d’Appello di Palermo. Guido era nato nel 1825 a Colleretto Parella (l’attuale Colleretto Giacosa). Dopo la laurea in legge esercitò, in qualità di avvocato patrocinatore ad Ivrea, fino all’ottobre del 1860. A partire da tale data venne nominato sostituto avvocato dei poveri (quello che oggi chiameremmo avvocato d’ufficio) a Modena, ruolo che mantenne, come detto, fino al maggio del 1862.

L’incarico a Palermo, molto prestigioso, è certamente da mettere in relazione con la sua profonda amicizia con l’ex segretario generale del Ministero di Grazia e Giustizia, conte Michele Cagnis di Castellamonte, ma evidenzia anche la profonda stima che gli ambienti di Governo del neonato Regno d’Italia avevano nei suoi confronti, ritenendolo un magistrato certamente giovane, ma sufficientemente esperto e, soprattutto, filogovernativo convinto, e quindi in linea con il progetto che riteneva “..vitale inviare nell’isola magistrati settentrionali, fidati ed energici…” (Paolo Pezzino, La congiura dei pugnalatori, Marsilio, Venezia, 1992). E, d’altro canto, per i palermitani “…questo nome, Giacosa, (…) era soltanto quello di un altro piemontese che veniva a comandare in Sicilia, e con uno stipendio di cinquemila lire all’anno…” (Leonardo Sciascia, I Pugnalatori, Einaudi, Torino, 1976).

In una lunga lettera inviata alla moglie, Paolina Realis, rimasta a Colleretto, Guido Giacosa non fa nulla per nascondere la sua profonda insofferenza nei confronti degli ambienti siciliani “… questo povero paese in cui i reati che si commettono sono orribili e da lungo tempo non si sa che cosa sia giustizia.” (Leonardo Sciascia op. cit.). Uniche consolazioni il pieno appoggio ricevuto dal Presidente del Tribunale, marchese Giovanni Maurigi, siciliano, ma … “è stato molto in Piemonte, è innamorato del nostro paese, non è garibaldino, ma lafariniano, (….) conosce e mi fa conoscere le male arti degli avvocati di qui…” (Paolo Pezzino op. cit.) e la profonda stima che nei suoi confronti nutriva il regio commissario Di Monale che di lui diceva: “…dimostra un’energia ed un coraggio a tutta prova (…) e fa ogni sforzo onde ottenere che la legge abbia il suo impero…” (Paolo Pezzino op. cit.).

Dopo una breve vacanza in Piemonte, il 16 settembre, a bordo del vapore Elba, il giudice Giacosa rientrò in Sicilia, appena in tempo per affrontare il caso che avrebbe cambiato per sempre la sua vita professionale, e non solo. Nella notte tra l’1 e il 2 ottobre, in vari punti della città di Palermo, 13 persone vennero accoltellate. Uno dei pugnalatori, un certo Angelo D’Angelo, già noto alla giustizia, venne arrestato in flagranza e successivamente confessò di essere stato assoldato, assieme ad altre otto persone, da tre “reclutatori” che agivano per conto del principe di Sant’Elia, Romualdo Trigona, senatore del Regno, uomo molto stimato a Palermo.

Al termine delle indagini, l’8 gennaio 1863, iniziò il processo nel quale Guido Giacosa sostenne l’accusa, che si basava unicamente sulla confessione di D’Angelo alla quale gli inquirenti decisero di prestare fede tranne che nella parte relativa al mandante. Lo stesso Giacosa nella sua requisitoria, riferendosi al principe di Sant’Elia, disse che si trattava “… di un nome che suona onoratezza e patriottismo a tutta prova (…) che non si pronunzia senza essere accompagnato dal plauso degli onesti…” (Paolo Pezzino op. cit.).

La sentenza venne pronunciata la settimana successiva e accolse per intero le richieste di Giacosa: i tre reclutatori vennero condannati a morte, gli accoltellatori ai lavori forzati a vita e il D’Angelo, vista la sua collaborazione, a venti anni di lavori forzati. Nulla emerse dal processo sui mandanti. In quegli stessi giorni, però, si registrarono altri casi di accoltellamento per le vie di Palermo: in particolare il 13 gennaio, venne colpito un certo Domenico Di Marzo, un venditore di pane, e questo fatto venne collegato ai “pugnalatori”.

A questo punto Giacosa, coadiuvato da un altro magistrato piemontese, Giovan Battista Mari, riprese le indagini. decidendo di utilizzare un agente provocatore da inserire in carcere al fine di ottenere rivelazioni da parte dei tre condannati a morte. L’infiltrato, Orazio Matracia, riferì di avere avuto rivelazioni che portavano al principe di Sant’Elia che sarebbe stato a capo di una congiura che coinvolgeva numerosi filoborbonici e anche alcuni sacerdoti. A seguito di queste rivelazioni Giacosa ordinò numerosi arresti e perquisizioni; quella in casa del principe di Sant’Elia provocò molto rumore a Torino visto che, in quanto senatore del Regno, egli godeva della immunità.

Nel frattempo il questore di Palermo Bolis coinvolse nella congiura anche personalità di area garibaldina ipotizzando, quindi, un movimento che coinvolgeva quasi tutti gli avversari politici del governo del regno. Il 15 marzo 1863 Giacosa inviò a Torino al Ministro della giustizia una relazione dettagliata sul suo operato che, però, a Torino non arrivò mai e che lo costrinse ad inviarne una seconda. Nel frattempo, a totale delegittimazione del lavoro dei giudici, il re incaricò il principe di Sant’Elia a rappresentarlo a Palermo nelle funzioni religiose della Settimana Santa. Il 29 maggio Giacosa preparò una requisitoria nella quale chiese l’assoluzione del principe di Sant’Elia.

Il processo si concluse con un nulla di fatto in quanto tutti gli imputati vennero assolti. Nell’aprile del 1863 Guido Giacosa, fermamente convinto della colpevolezza del principe e profondamente deluso dal comportamento del Governo, chiese un trasferimento di sede ed un periodo di congedo. In seguito si dimise dalla magistratura per tornare ad esercitare la professione di avvocato in Piemonte.

Lasciò Palermo il 29 maggio 1863. Nel 1976 Leonardo Sciascia pubblica il già citato “I Pugnalatori” basandosi prevalentemente sulle carte in possesso di Nina Ruffini, bisnipote di Guido Giacosa. Nell’opera lo scrittore sposa pienamente l’ipotesi di Giacosa ipotizzando che l’episodio dei pugnalatori fosse stato messo in piedi da un gruppo di filoborbonici che aveva assoldato criminali comuni affiliati alla mafia al fine di screditare il governo centrale. Basandosi su una documentazione molto più vasta, e non a disposizione di Sciascia, il Prof. Paolo Pezzino, docente all’Università di Pisa, nel 1992 pubblica il suo volume “La congiura dei pugnalatori”.

Le conclusioni cui l’autore giunge sono sicuramente meno lusinghiere per il giudice Giacosa: secondo l’autore il complotto fu messo in atto direttamente dagli ambienti della questura palermitana, in particolare dal questore Bolis, per eliminare in un sol colpo tutti i movimenti di opposizione al governo, in particolare borbonici e garibaldini. L’autore, pur criticando il giudice per aver costruito un processo su indizi del tutto labili, riconosce a Giacosa la buona fede, l’aver avuto almeno il dubbio che tutto fosse stato frutto di una macchinazione.

Nel rapporto del 31 marzo 1863, riportato dal Prof. Pezzino, Giacosa infatti scrive … “e se fosse stata opera dell’amministrazione medesima per farsi un merito presso il Governo? …”, ma subito dopo, a voler rifiutare un’ipotesi per lui, uomo onesto e corretto, del tutto inaccettabile prosegue “…come potevasi supporre che pubblici funzionari altolocati (…) avessero potuto costruire un edificio così complesso di calunnie all’unico scopo di farsi merito presso il Governo? …”. Ovviamente, come in tanti altri casi nella storia d’Italia, la verità non fu mai appurata e trasferimenti e promozioni dei funzionari coinvolti chiusero definitivamente la vicenda.