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L’ambientalismo è quel must have senza il quale non sei nessuno, è come il nero, sta bene su tutto. L’ambientalismo, non è la cura dell’ambiente. Sono cresciuto in un mondo di Grete Thunberg, di gente che la bandiera dell’ambientalismo la sventola al pari di qualsivoglia altra ideologia, sacrificando per questo a tratti persino la propria vita. Ma tutti gli estremi dolgono al bene comune, perché la cura del mondo in cui viviamo è un’operazione silenziosa che abita tutte le nostre giornate e che non ha bisogno di bandiere.
I giovani stanno iniziando a comprendere, a preoccuparsi veramente per questo pianeta, per la nostra casa comune; ci sono piccoli gesti che però non influiscono sui problemi strutturali, ma che quantomeno restituiscono consapevolezza e desiderio di fare la propria parte.
C’è un cambio di prospettiva che è necessario fare: la percezione che siamo creature. Papa Leone, che prosegue l’intuizione di Francesco e guida ad una presa di coscienza maggiore, ammonisce ricordando che siamo “creature tra le creature e non creatori”, ma proprio per lo speciale compito che abbiamo nell’equilibrio di questo pianeta, siamo chiamati a prenderci cura di questa nostra casa, il nostro pianeta che, definendolo sorella, diceva papa Francesco, “protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei”, ma sempre come una “madre bella… ci accoglie tra le sue braccia”.
Non è attivismo sbandierato, non è tantomeno un modellare i programmi elettorali su promesse irrealizzabili, è diventare adulti e maturi e prendersi cura di ciò che il Signore ci ha donato. I giovani lo sanno bene, chi con questa concezione creaturale chi meno, ma la sensibilità autentica c’è. Certo, non basta. Un esempio: l’overshoot day, quando l’umanità esaurisce le risorse annue della Terra, quest’anno fu il 30 luglio. Esce un sorriso amaro nel pensare a quanta raccolta differenziata deve fare un povero universitario come me per sovvertire le sorti di questa data, che si anticipa sempre di più.
E forse proprio questo estremo realismo anima, anzi motiva, la specchiata percentuale dei giovani che invece se ne fregano: tanto non sarà un loro gesto a cambiare il mondo. Perché in fin dei conti il problema c’è ma non ci riguarda strettamente: è probabile che tutti gli abitanti di oggi di questo pianeta moriranno non direttamente per cause climatiche: non ci imploderà la Terra sotto i piedi e non verremo inghiottiti da nubi tossiche provenienti da oceani acidi, sebbene quasi una vita perduta ogni minuto per il caldo sia una stima attendibile.
Quindi il problema, falsamente, non è poi così nostro, a noi interessa vivere e vivere bene questo nostro tempo, senza compromessi eccessivi e soprattutto senza cambiare il nostro modo di farlo. Perché in fondo l’uomo, sebbene mosso da nobili ideali, rimane un animale pigro. Sennò non avremmo inventato la ruota.



