Una Lettera Pastorale non serve solo a dire che cosa una diocesi farà; serve anche a capire come vuole guardare il mondo nel quale vive. Questo è un tratto interessante della seconda Lettera Pastorale del vescovo Daniele: l’invito a non vivere il nostro tempo come un problema da risolvere, ma come una realtà in cui riconoscere i segni della presenza di Dio.
Abbiamo sempre un po’ la tentazione di leggere il presente con categorie già conosciute: le chiese che si svuotano, le vocazioni che diminuiscono, le persone che si allontanano, le comunità che fanno fatica. Quante volte la nostalgia del tempo che fu porta alcuni a pensare, e altri a scrivere insistentemente, di queste situazioni. Sono realtà vere, ma riduttive davanti all’universalità della Chiesa, e pericolose se sono l’unica lente attraverso cui guardiamo le cose. Fermarsi alla nostalgia di ciò che non c’è più, vuol dire non accorgersi di ciò che c’è, e di ciò che sta nascendo.
Leggere i segni dei tempi significa avere occhi liberi per riconoscere ciò che cambia, orecchie attente per ascoltare domande che non vengono più formulate con il linguaggio della Chiesa e umiltà per lasciarsi interrogare anche da chi è lontano. Le domande che derivano dai segni dei tempi sono rivolte alla nostra capacità di testimoniare il Vangelo. Una Chiesa missionaria non è quella che fa più cose, ma quella che sa per chi e perché le fa. E poi le fa.
E i “lontani” non sono una categoria da conquistare, né destinatari di strategie: sono donne e uomini con un volto, una storia, domande diverse dalle nostre. Avvicinarli significa uscire dalla pretesa che debbano essere loro a trovare la strada per tornare dove noi siamo. È una prospettiva diversa: portare il Vangelo dentro le loro domande.
È altresì una strada impegnativa, ma restituisce anche alla nostra Chiesa locale il gusto della ricerca. Una comunità che sa leggere i segni del proprio tempo non ha paura del futuro: lo attraversa con gli occhi aperti, cercando Dio là dove non aveva ancora imparato a riconoscerlo.
Ed è proprio questo l’orizzonte che la Lettera Pastorale ci pare indicare: non una Chiesa ripiegata su ciò che è stato, ma una Chiesa capace di riconoscere, nel tempo che le è dato di vivere, il luogo nel quale Dio continua a chiamarla.



