Le votazioni suppletive a Reggio Calabria (eletto deputato il forzista Fabio Roscioli) hanno confermato i sondaggi nazionali del “Corriere” (Nando Pagnoncelli) sulla crescita dell’ultra-destra del gen. Vannacci: nel capoluogo calabrese ha ottenuto l’11 per cento, due punti in più della valutazione degli opinion-leader. Se questa tendenza fosse confermata alle politiche, il destra-centro di governo (FdI, FI, Lega, Moderati) non raggiungerebbe la soglia di voti (42%) per vincere. Pesa soprattutto la crisi della Lega (valutata al 4%) e la flessione dei Berlusconiani (7%).

La Meloni, stabile al 26%, non può tuttavia accordarsi con “Futuro nazionale” non solo per l’opposizione di Tajani e Salvini ma contestualmente per il programma anti-europeo e filo-Putin del generale: la premier diverrebbe la copia dell’ungherese Orban. Il Governo verso Vannacci segue una duplice strategia: da un lato punta sul “voto utile” alla coalizione, dall’altra insegue provvedimenti “graditi” all’estrema destra. Emblematico il decreto-legge, corretto dal Quirinale, sulle classi per gli studenti “stranieri”: una misura, non ancora pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, che riguarda una minima parte di allievi, a partire dal prossimo anno scolastico, ovvero dopo le elezioni!

L’incognita Vannacci non è l’unica per il destra-centro: la Lega del Nord, con il capogruppo al Senato Romeo, ha minacciato di non partecipare al Congresso straordinario del Carroccio deciso da Salvini. Avremo una scissione a pochi mesi dal voto? Sarebbe un “regalo” a Futuro nazionale; ma sinora Salvini non pare disponibile a fare un “passo indietro”. Altra “grana” per la premier è la politica energetica: Forza Italia (su pressione della Famiglia Berlusconi) è contro la tassazione dei super-profitti energetici; si è ricorso all’aiuto dell’ENI (azienda statale) e di “amici” asiatici, in un clima sociale confuso, con taxisti, autotrasportatori, agricoltori che preannunciano agitazioni e scioperi.

Nel “campo largo” l’incognita si chiama Conte: il leader pentastellato punta chiaramente alla guida della coalizione di centro-sinistra, emarginando la Schlein; cita a suo favore i sondaggi che attribuiscono al M5S una crescita di cinque punti rispetto alle Europee del 2024 (dal 9,9 al 14,5%), mentre il Pd è sceso dal 24 al 19,5%. Sul programma Conte è irremovibile, a cominciare dallo stop agli aiuti a Kiev, convinto che la segretaria del Pd non abbia alternative, essendosi dichiarata “unitaria” a tutti i costi. E i fan di Conte, per forzare la scelta, minacciano di correre da soli, com’è avvenuto con Enrico Letta nel 2022.

Nel Pd la preoccupazione dell’isolamento è forte, com’è emerso dall’Assemblea dei Riformisti a Prato. A sua volta la componente ex Ds lavora per un terzo nome, disponibile su una candidatura vicina al M5S: il Sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. Ma Conte e Schlein, dopo mesi di scontri, accetteranno il “passo indietro” o, come Salvini, vorranno la sfida delle urne?
Con rammarico la disputa sulle persone offusca i temi programmatici, sui quali peraltro prevalgono le questioni interne (benzina, salario minimo, salute…). Continua ad essere assente una adeguata attenzione alla politica estera, ovvero al modello di società.

È toccato al Papa, nel discorso a Metz in Francia, ricordare i valori a cui si è richiamato uno dei fondatori dell’Europa, Robert Schumann. Oggi non è ancora definita la scelta della Meloni, a metà strada tra l’Europa comunitaria e l’Europa delle Nazioni di Marine Le Pen. A sua volta la Schlein parla di possibile mediazione con il M5S sull’Ucraina, senza indicarne i contenuti ed i limiti. Le formulazioni generiche dei programmi non bastano agli elettori, che chiedono di sapere esattamente per cosa votano, specie su temi così delicati ed impegnativi.

Un monito preciso viene da Reggio Calabria: alle urne è andato un cittadino su cinque. È pur vero che erano elezioni suppletive di collegio. Ma un disinteresse così ampio per la scelta del deputato della città non è un buon segnale per le istituzioni democratiche.