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Mentre la politica si interrogava sul tetto degli studenti migranti nelle scuole, il 24 settembre scorso, un’ampia platea costituita da ricercatori, medici, responsabili di centri di accoglienza, docenti universitari e studiosi, a Roma, presso l’Istituto Superiore di Sanità, si confrontavano sul tema della salute dei migranti, perché la salute è un diritto di tutti, sancito dalla legge, ma non sempre accessibile nella quotidianità. Domenica 27 si è celebrata anche la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato.
L’Organizzazione Mondiale delle Migrazione (OIM) definisce migrante ogni persona che ha lasciato il luogo di residenza abituale, attraversando un confine o spostandosi all’interno di uno stesso Stato. La popolazione migrante residente in Italia non è un gruppo omogeneo per luogo di nascita, condizioni socioeconomiche e per il tempo di permanenza nel Paese (sebbene il 70% della popolazione migrante che si è stabilita nel nostro paese vi risiede da più di 10 anni). Facendo riferimento alle patologie maggiormente studiate (cardio respiratorie, vascolari, diabete e demenze) i migranti presentano uno stato di salute peggiore rispetto ai nativi, che tende a deteriorarsi con l’aumentare degli anni in Italia (si chiama, effetto “migrante esausto”).
La maggiore vulnerabilità dello stato di salute delle persone migranti è dovuta a diversi fattori: ai rischi del Paese di origine; a condizioni di vita in Italia più deprivate dal punto di vista del reddito che abitativo; al fatto che vengano proposti lavori più usuranti, rischiosi, precari e sottopagati. Si aggiunge il mancato riconoscimento del livello di istruzione e delle competenze acquisite, che spesso costringe persone altamente istruite ad adattarsi a lavori poco qualificati. Non ultimo, condizioni di discriminazione, razzismo o segregazione sociale conducono a costruire reti sociali più deboli, con minore supporto e condizioni di stress cronico che incidono pesantemente sulla qualità della vita e sullo stato di salute generale. Inoltre, barriere linguistiche, ostacoli normativi, differenze culturali e disinformazione contribuiscono ad ostacolare l’accesso ai servizi sanitari e, di conseguenza, negano il diritto alla salute.
Salvatore Geraci, chirurgo e responsabile dell’Area Sanitaria della Caritas di Roma, invita a pensare alla salute come a un “bene comune”. Per questo è necessario lavorare insieme per migliorare l’accessibilità e la fruibilità dei servizi sanitari, garantendo un sistema nazionale più equo, inclusivo e orientato alla riduzione delle disuguaglianze. Un sistema più giusto, infatti, contribuisce a migliorare la qualità della vita e la salute di tutti, nessuno escluso.



