Il Vangelo di questa domenica ci mette davanti a un’immagine forte: un padrone che pianta una vigna e la cura nei minimi dettagli, la siepe, il torchio, la torre, poi si fida e l’affida ad altre mani per curarla e parte per un viaggio lontano. È il gesto di chi ama senza pretendere di controllare tutto: nulla di ciò che abbiamo ci appartiene davvero, tutto è dono affidato, non proprietà da difendere con le unghie. La terra stessa, la vigna, il raccolto: tutto ci viene incontro come grazia, prima ancora che come conquista.

I contadini della parabola fraintendono proprio questo. Scambiano l’affidamento per un titolo di proprietà, e quando arrivano i servi a chiedere i frutti rispondono con la violenza: bastonano, uccidono, lapidano. È la logica di chi vuole possedere invece di custodire, impadronirsi invece di restare in ascolto e in gratitudine. Uccidere l’erede è come rifiutare la propria condizione di figli: negare che la vita ci viene da altri, prima ancora che da noi stessi. Non facciamo fatica anche noi a vivere le cose di Dio, la fede, la comunità, persino la Chiesa, come un possesso da amministrare invece che come una vigna da servire con letizia e mani nude? Davanti a un dono, quante volte scegliamo il controllo invece della gratitudine, l’accumulo invece della condivisione con i fratelli, il calcolo invece dell’abbandono fiducioso?

Il Padre, però, non si stanca mai di offrire. Manda servi, poi il Figlio stesso, fino a farsi Egli stesso pietra scartata, e proprio quella pietra scartata diventa angolare, fondamento nuovo. È il paradosso della fede: ciò che il mondo giudica inutile o perdente, Dio lo pone a sostegno di tutto; chi accetta di farsi piccolo, ultimo, spogliato di ogni pretesa di possesso, diventa proprio per questo capace di sostenere l’edificio intero, come pietra viva accanto alle altre.

Poniamoci una domanda: sappiamo ancora ricevere senza voler trattenere? Sappiamo restare vignaioli fedeli, che lavorano la terra sapendo che il frutto non è mai soltanto loro, ma un dono da restituire con gioia e gratuità a Colui che per primo ci ha amati?

Mt 21,33-43

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».