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Il 10 febbraio 1993 Giovanni Paolo II giunse a Khartoum per una visita di appena nove ore, tra forti tensioni e la guerra nel Sud. Alla Messa nella Green Square partecipò una folla immensa, stimata da alcuni in oltre un milione di persone. Al centro dell’omelia, Josephine Bakhita, già schiava, beatificata l’anno precedente. Il Papa rimase sorpreso da quell’oceano di cristiani in un Paese islamico: erano i figli di Comboni. Tornato in Italia, volle accelerarne la causa di canonizzazione, avviata nel 1928. Dichiarato venerabile nel 1994, Daniele Comboni fu proclamato beato il 17 marzo 1996, appena tre anni dopo quella storica visita.
Il 10 ottobre dello stesso anno, per la prima volta, anche in Uganda si celebrò la festa del beato Daniele Comboni, padre della Nigrizia: quell’Africa che egli aveva sognato come Perla Nera della Chiesa.
Nella notte tra il 9 e il 10 ottobre 1996, i ribelli di Joseph Kony rapirono 139 studentesse ad Aboke, nel Nord Uganda. Suor Rachele Fassera, insegnante comboniana, li inseguì attraverso fiumi in piena e paludi per raggiungere le “sue figlie”. Dopo un drammatico confronto con il comandante Mariano Ocaya Lagira, ottenne la liberazione di 109 ragazze. Da allora, come una vera madre della Nigrizia, si dedicò instancabilmente, insieme ai genitori, alla liberazione delle trenta rimaste prigioniere.
Fratel Elio Croce, comboniano a Gulu, annotò nel diario: “Certo che il Comboni non doveva permettere queste cose proprio il giorno della sua festa, e io proporrei di metterlo in castigo con la faccia al muro finché non fa ritornare sane e salve le ragazze rimaste nelle mani dei ribelli”. Ricordava così, con audacia, che anche Comboni “metteva in castigo” San Giuseppe quando tardavano ad arrivare i soldi per la missione.
Non so se Comboni sia rimasto così a lungo in castigo; certamente accompagnò suor Rachele e i genitori nella lotta per liberare non solo le ragazze, ma tutti i bambini rapiti. Venticinque delle trenta ragazze tornarono: l’ultima nel marzo 2009, dopo oltre dodici anni. Cinque morirono durante la prigionia.
Nel trentesimo anniversario del rapimento, ricordiamo il dolore di quelle ragazze e il coraggio di chi non le abbandonò. La tenacia di suor Rachele e dei genitori rende viva la promessa di Comboni:
“[…] il più felice dei miei giorni sarà quello in cui potrò dare la mia vita per voi” (Scritti, 3159).


