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Gerusalemme, lunedì 31 agosto. Ore 21:01:01. Qualcuno dalla Custodia di Terra Santa schiaccia il pulsante “pubblica”. Migliaia di famiglie, i giornalisti e gli affiliati alla Custodia ricevono lo stesso comunicato. È firmato dalle scuole cristiane di Gerusalemme.

Il testo: “è stato deciso di sospendere le attività scolastiche nelle scuole della città di Gerusalemme a partire dalla mattina di martedì 1° settembre 2026”. T

orno col pensiero alle migliaia di famiglie che avrebbero dovuto portare i bambini a scuola da lì a poche ore con tutto già pronto. Un disagio inenarrabile. Le motivazioni? “Siamo rimasti nuovamente sorpresi, e purtroppo ancora una volta, dal mancato rinnovo dei permessi di ingresso per oltre 70 insegnanti e dipendenti appartenenti ai settori educativi, amministrativi, tecnici e di supporto. Tale misura è stata adottata improvvisamente e senza alcun preavviso” si leggeva nel comunicato notturno.

Ciò che non può dire, ma che invece mi viene confermato telefonicamente è che questi insegnanti e dipendenti sono “originari dei territori palestinesi e precedentemente impiegati nelle nostre istituzioni scolastiche cristiane a Gerusalemme con regolare permesso israeliano”. Dunque ecco l’inghippo. A Gerusalemme si sta tornando a vivere la normalità. A volte non sembra neanche un paese in guerra (solo la Città Santa). Si è ricominciato ad incentivare il turismo religioso e i pellegrinaggi. Ma poi che storia è se neanche i bambini locali possono andare a scuola, se neanche i professori possono da un giorno all’altro lavorare più? C’è da immaginarsi la disperazione delle famiglie di tutte le controparti.

Secondo l’agenzia palestinese Wafa il disagio riguarda circa 8mila500 studenti. Per fortuna ogni tanto gli scioperi servono e dopo quello del 1° settembre è stato concesso circa l’80% dei permessi e le scuole hanno riaperto il giorno seguente, ma ciò non cambia la gravità. Una riflessione: proiettando il tema prettamente scolastico qui da noi, dove non ci si rende conto di quanto l’istruzione a cui abbiamo accesso sia preziosa, gratuita ed elitaria (nel senso che non è così in molte altre parti del mondo), siamo finiti per criticarla nei temi, nei metodi e nelle persone. Ma di fronte a chi, da un giorno all’altro, rischia (e a rischiato) di non poter più andare a scuola per una chiara scelta esterna, viene da chiedersi se l’istruzione sia davvero considerata così sacrosanta. La cultura, del resto, può diventare un’arma. E in quei luoghi, ahimè, qualcuno deve averlo capito molto bene.