C’è una emergenza ancora più grave di quella climatica a inquinare la voglia di futuro dei giovani

(Susanna Porrino)

C’è un grido che attraversa il pianeta nei ghiacciai in scioglimento, nelle foreste che bruciano, nelle specie animali che muoiono e spariscono in un silenzioso oblio; ma lo stesso grido risuona con altrettanta forza nei vuoti di un’umanità venduta al denaro e alle logiche di mercato, che per risanare il mondo deve imparare a risanare sé stessa.

Ho partecipato di recente ad una serie di incontri sui cambiamenti climatici e la distruzione degli ambienti naturali, durante i quali una donna ha espresso la sua preoccupazione per la fragilità delle nuove generazioni a cui viene affidato il destino di un pianeta in via di distruzione e li ha definiti “ragazzi che di fronte al rischio della vita rispondono no”. Il punto non è giudicarne la presunta incapacità dei giovani, ma domandarsi da dove nasca il loro rifiuto e quanto esso non rifletta un’attitudine condivisa in altre forme da tutta la società.

Il reale problema è che lo stato attuale del pianeta non è solo una mera conseguenza dei singoli gesti dell’uomo, ma anche il sintomo più evidente di un atteggiamento distruttivo che ha invaso ogni aspetto della sua esistenza. Le generazioni che critichiamo sono composte da ragazzi che vivono in un mondo che non ha né le capacità né l’interesse di ascoltarli. Attaccati da ogni parte dall’immagine di una vita senza amore e senza anima, incoraggiati a perseguire relazioni vuote per non dover conoscere mai il gusto faticoso ma dolce dell’impegno, abbandonati fin da piccoli ad un rapporto pervasivo e devastante con la tecnologia: sono giovani che non sono stati educati ad amare il futuro, e i loro “no” sono il sintomo di una rassegnazione contro cui si infrange ogni proposta e tentativo di cambiamento.

Chi crede che i problemi e le mancanze delle nuove generazioni siano solo questioni legate alla debolezza e alla precarietà economica, rifiuta di riconoscere che esiste anche una ferita più profonda e radicata: la società è stata incapace di insegnare ai giovani a tutelare la vita, e ora essi faticano a scegliere di sacrificare il benessere assoluto per ciò che non offre garanzie di soddisfazione.

Ragazzi educati alla diffidenza, alle scelte calcolate, all’individualismo e alle relazioni a scadenza programmata, ascoltatori quotidiani di racconti da un futuro che sembra rivelare solo precarietà e sofferenza: su chi, o su cosa, dovrebbero costruire la propria speranza nella lotta per appropriarsi dell’avvenire?

Il desiderio di crescita, di maternità, di famiglia è stato troppo stesso soffocato da una società che ha avvelenato il piacere delle relazioni, dalla sua noncuranza verso un futuro che rischia di sgretolarsi nelle acque inquinate, nei letti dei fiumi sempre più scarni, nelle isole coperte di bottigliette di plastica e magliette in poliestere comprate a due euro e novantanove e smaltite la stagione successiva; in troppe donne si è spento il desiderio di farsi portatrici di una vita futura nel momento in cui si è spenta la convinzione che la vita presente potesse essere un luogo sicuro, amabile, degno di essere trasmesso e donato; in troppi uomini la paura del fallimento ha portato a rifuggire il rischio delle relazioni.

Inquiniamo il mondo non solo attraverso l’ambiente, ma anche ogni volta che con il nostro atteggiamento insultiamo e disprezziamo la vita, perché in quei momenti nasce la noncuranza oggi diffusa a macchia d’olio in ogni aspetto della nostra realtà: quando rendiamo la nostra esistenza uno strumento virtuale per risucchiare l’approvazione altrui, quando ci rifugiamo nella violenza e nell’individualismo, quando guardiamo con ostilità i profughi fuggiti dalla guerra e dalla morte.

Sono ottime e lodevoli le iniziative per ripulire il pianeta, affrontare i problemi sociali ed economici, costruire una società adatta alle esigenze e alle condizioni del presente; ma occorre nello stesso modo risanare la visione chiusa e vuota in cui abbiamo stretto l’esistenza, e riscoprirci parte di un tutto meraviglioso datoci gratuitamente in dono, per salvare il quale vale la pena lottare, anche sacrificando una parte del nostro benessere.

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