Che fatica fare il genitore

che fatica fare i genitori

Che fatica fare il genitore! Statistiche che allarmano: nascono pochi bambini e l’Italia ha un tasso di natalità tra i più bassi in Europa. Siamo tanti nel mondo, in Europa però alcuni Paesi vedono ridurre di anno in anno i numeri dei nuovi nati rispetto al resto della popolazione. Reggono di più la Francia, la Germania, l’Irlanda, il Regno Unito, nazioni che hanno politiche che sostengono il percorso genitoriale. Ci sono servizi, aiuti economici alle famiglie, permessi di maternità e paternità che rendono un po’ più facile diventare madri e padri.

Perché, al di là delle economie, oggi essere genitori è difficile.

Mi piace la riflessione che altri, molto più bravi di me, hanno fatto: mano a mano che cresce la consapevolezza dei bisogni e dei diritti dei bambini si mettono al mondo meno figli. Perché il bambino non deve solo venire al mondo deve anche crescere, in una società che, come quella italiana, ha ritmi e stili di vita forzosi e forzati.

Oggi, essere genitore è faticoso: devi essere presente ma devi anche lavorare per poter sostenere le spese per garantire un adeguato futuro ad un figlio; devi essere preparato su ogni materia per aiutarlo nei compiti; devi scegliere la migliore scuola, il migliore insegnante di musica, devi essere disponibile ad accompagnare il bambino almeno a due attività sportive differenti, alle feste di compleanno degli amichetti (che durano circa due ore e che di solito si svolgono dalle 16.30 alle 18.30), alla scuola di lingue, devi fargli fare delle vacanze adeguate e devi acquistare tutte le ultime versioni di playstation. I bambini non possono rimanere da soli a casa, non possono uscire da soli da scuola, non possono andare a comprare il latte o il pane da soli a meno che non abitino in centri abitati dove vivono meno di mille persone.

Tutto questo anche in famiglie monoparentali, anche se non ci sono nonni, zii, parenti anche alla lontana, disponibili a venire incontro al povero genitore. Li vedo io quei genitori che all’inizio dell’anno scolastico si recano di casa in casa a chiedere il documento d’identità per la delega a prelevare il bambino da scuola, che non possono permettersi che il proprio figlio pianga per più di centoventi secondi altrimenti sentono su di loro sguardi severi di disapprovazione. Genitori e figli come ai blocchi di partenza per permettere a tutti di entrare a scuola in orario; bambini lanciati verso i pre-scuola, laddove disponibili, già alle sette del mattino (affinché entro le 8.30 la macchina del genitore possa trovare un parcheggio di fronte al posto di lavoro) e recuperati in extremis alle 17.45 dal personale scolastico che tenta un sorriso di comprensione.

A casa si arriva sempre stanchi, sempre con la sensazione di aver tralasciato troppe cose, consapevoli che si passerà l’ennesimo fine settimana a rassettare, acquistare le provviste della settimana, finire i compiti, partecipare al saggio…

Ci sono le eccezioni, ovviamente, e c’è chi questi problemi non li ha o non li avverte. Però, se dobbiamo interrogarci sulle poche nascite, dobbiamo fare i conti anche con queste persone, che i figli li hanno desiderati e che faticano a farli crescere.

Per cambiare le cose bisogna avere un approccio sistemico, bisogna intervenire su tutti i fronti, bisogna capire che non basta fornire un minimo aiuto economico a chi ha il coraggio di mettere al mondo un bambino.

Dobbiamo riflettere su uno stile di vita diverso che rimetta in equilibrio tutti, genitori ma anche bambini, famiglie ma anche istituzioni.

Soprattutto è importante tenere a mente che un figlio sta bene se il proprio genitore sta bene. Invece di politiche per le nascite dobbiamo pensare alle politiche per le mamme ed i papà.

Cristina Terribili

Esegui l'accesso per Commentare