Commento al Vangelo del 1° novembre – Solennità di tutti i Santi

(Elisa Moro)

“Nobis enim hodie civitátem tuam tribuis celebrare, quæ mater nostra est, cælestísque Ierúsalem” – “anche a noi concedi oggi di celebrare la tua città, che è nostra madre, la celeste Gerusalemme” (prefazio Solennità dei Santi).

Oggi, nella Solennità di tutti i Santi, di tutti gli “amici di Dio”, si contempla con lo sguardo e con il cuore la meta, a cui il Signore chiama ogni battezzato: la Città del Cielo, che è la perfetta e intima comunione delle Tre Persone divine, unite nell’amore che abbraccia e rende l’uomo capace di accogliere questo dono infinito.

Uomini e donne veri, autentici, i Santi, con tratti caratteriali e fragilità tipiche della creatura umana, vissuti in epoche e luoghi differenti, che sono, per la Chiesa ancora pellegrina, “adiumenta et exempla”, aiuti e modelli, sul cammino verso la patria celeste.
“Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli” (Mt. 5, 1): la nota pagina delle Beatitudini matteana (Mt. 5, 1-12a) si apre con una precisazione di una virtù necessaria per la santità: la capacità di ascoltare, di fare esperienza diretta di Cristo.

Benedetto XVI, ponendosi la domanda: “Come possiamo diventare santi, amici di Dio?”, affermò che “è necessario anzitutto ascoltare Gesù e poi seguirlo senza perdersi d’animo di fronte alle difficoltà” (01/11/2006). L’ascolto e la sequela, il farsi prossimi anche fisicamente: “solo, infatti, facendosi più vicini al Maestro, si dispone l’animo ad adempiere i precetti” (Agostino, De Sermone Christi in monte, 1), con “quella pace costituita e salda, che nulla può turbare” (ibidem).

“Beati”: si è chiamati ad essere tali in relazione all’unico Beato, Cristo, modello di ogni Beatitudine e, attraverso di esse, si tesse la storia della santità della Chiesa, che segue il Suo Sposo anche in mezzo a tribolazioni: “quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti” (1 Cor 1,27).

Le Beatitudini permettono uno sguardo nuovo; esse sono “doni di Dio, e dobbiamo rendergli grazie per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli … una volta che si sia divenuti, già qui in terra, immagine del Cristo” (Pietro di Damasco, in Filocalia).

Con il cuore che anela, guardiamo verso la Casa, dove il Creatore attende ciascuno, amandola, con le parole di San Giovanni di Fecamp: “O casa luminosa e bellissima, io ho sempre amato il tuo splendore… non si scordi di te l’anima mia. Dopo l’amore per Cristo sii tu la mia gioia” (Conf. Theologica).

(Mt 5,1-12)
In quel tempo, vedendo le folle,
Gesù salì sul monte: si pose a sedere
e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.
Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno,
vi perseguiteranno e, mentendo, diranno
ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate,
perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

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