Commento al Vangelo di domenica 14 febbraio

La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

(Elisa Moro)

“Lo supplicava in ginocchio” “si allontanò e si mise a proclamare il fatto” (Mc. 1, 40. 45).

L’episodio evangelico di questa domenica, con la purificazione del lebbroso (Mc 1,40-45), sembra, a prima vista, giustapposto ai precedenti racconti di guarigione, ma in realtà ne costituisce il vertice: Gesù è il Christus medicus (Cat. Geru-salemme, 10, 13). che si muove a compassione delle membra piagate dell’uomo.

Si tratta, non solo di una guarigione, ma di uno spaccato della maturazione di un discepolo: il lebbroso “venne”, “in ginocchio” (v. 40) e “si mise a proclamare” (v. 45).

Anzitutto occorre soffermarsi sul lebbroso: è un malato, emarginato sociale, che, con coraggio, sfida le stesse norme imposte dalla società per avvicinarsi a Gesù. È la fede in Dio, che illumina, come sole, “ciò che si percepisce con l’intelligenza” (Gregorio di Nazianzo, Or. 21, 1), che spinge allo slancio autentico verso Cristo, riconoscendosi per ciò che realmente si è: deboli e fragili.
La lebbra vera – non solo quella fisica – “segno delle brutture dell’esistenza” (Ambrogio, Comm. Ev. V), paralizza, intacca il cuore dell’uomo, fino a a farlo sentire autosufficiente, incapace di scorgere la vera Alterità che dona pienezza.

La vera guarigione, non solo del lebbroso, ma di ogni cristiano, consiste nella capacità di inginocchiarsi: “chi impara a credere, impara a inginocchiarsi; una fede o una liturgia che non conoscano più l’atto di inginocchiarsi, sono ammalate”. Così il futuro Papa Benedetto XVI si esprimeva nel 2001 (J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia), spiegando come i gesti del corpo esprimano quanto si trova nel cuore dell’uomo: “dove questo gesto è andato perduto, dobbiamo nuovamente apprenderlo così da rimanere nell’unità con Gesù Cristo” (ibidem).

Il secondo stimolo che proviene da questa pagina evangelica lo si ricava dall’ultimo versetto, dalla solerzia con cui il lebbroso risanato diventa testimone di Cristo. “Bonum est diffusivum sui” – “Il bene irradia se stesso” (Tommaso d’Aquino, Summa T., I, q. 5): il Bene, sperimentato e toccato nell’incontro con Cristo, è contagioso, porta con sé l’esigenza di essere comunicato ad altri, non può rimanere un fatto privato, ma conduce a vivere in pienezza la fede testimoniata.

È quanto il giovane Beato Pier Giorgio Frassati, trasformato dall’incontro con Cristo, scrisse: “vivere senza una fede, non è vivere ma vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare, ma vivere” (Lettera a I. Bonini, 27 febbraio 1925).

(Mc 1,40-45) In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

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