Commento al Vangelo di domenica 14 marzo

IV DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)

Dio ha mandato il Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui

(sem. Alessandro Masseroni)

Nel brano di Vangelo che la Chiesa ci offre emerge un aspetto importante da accogliere per vivere fruttuosamente il tempo di quaresima: Gesù è la «Luce del mondo». Nella IV domenica di Quaresima, chiamata “Laetare” dalle prime parole della S. Messa, la Chiesa tutta – come traspare nitidamente anche dal colore dei paramenti del sacerdote, non più il viola ma il rosaceo – è chiamata non solo a rallegrarsi ma anche a lasciarsi toccare da quella stessa luce che abbiamo già incontrato, due domeniche fa, nelle vesti splendenti e nel volto trasfigurato di Cristo.

La missione che Dio Padre affida al Figlio per mezzo dello Spirito Santo, che è “Amore”, non consiste nel condannare, ma nel salvare: termine che, nella sua accezione latina – “salvus” – significa altresì “intatto” ed indica cioè una realtà che è rimasta unica nella sua originalità, ma non da se stessa.

“Nessuno si salva da solo”, ha ricordato il Santo Padre Francesco quel 27 marzo 2020 non troppo lontano, in una Piazza San Pietro mai così deserta. Troppo spesso facilmente cadiamo nella illusione di crederci dapprima non bisognosi dell’altro – meglio: dell’Altro con la “A” maiuscola –, poi di poterci offrire offrendoci agli altri come la sola loro salvezza…

La realtà ci dice qualcosa di diverso. Lo vediamo in questi giorni, nell’operato di tanti e tanti medici e infermieri che instancabilmente si impegnano cercando di salvare quante più vite possibile. L’uomo è manchevole… non solo nei suoi atti, seppur buoni come nel caso del personale sanitario, ma anche nelle sue intenzioni e questo emerge nell’oscurità del peccato: “la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre”.

La dimensione ammaliante del peccato, consiste nel fatto che, almeno inizialmente, siamo indotti a pensare che “quella cosa” possa essere un bene per noi, ma, quando ormai il male è quasi compiuto, sopraggiunge un grido: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni? Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). È il gemito che sale dal profondo del cuore della Chiesa, la quale non è un’istituzione, ma il corpo mistico di Cristo che vive, respira e parla in ogni battezzato.

Cristo non ci chiama ad entrare in competizione con Lui, ma a lasciarci illuminare in quello che siamo: figli amati del Padre

(Gv 3,14-21) In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

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