Commento al Vangelo di domenica 16 maggio

ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO B)

Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici

(Elisa Moro)

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (At. 1, 11). Oggi il Signore è elevato alla destra del Padre, si sottrae alla vista degli Undici, inviandoli alla missione (Mc. 16, 15-20); in questo giorno “la gloria del capo” è diventata “la gloria del corpo” (S. Leone Magno, Sermo I), di tutta l’umanità, che viene esaltata in cielo.
Nella risposta a questa domanda, tratta dal libro degli Atti, si possono ricavare due riflessioni, a commento della pagina di chiusura del Vangelo di Marco.

“Perché state”: Perché state sulla terra? Perché Dio, nel Suo disegno d’amore, ha creato l’uomo a sua immagine (Gn. 1,26) e, anche dopo lo smarrimento di Adamo, non si è rassegnato, entrando “nella storia dell’uomo, che è storia di salvezza” (Benedetto XVI, 28/05/2006). Si è sulla terra perché radicati in essa, ma questo profondo legame, per un cristiano non è mai statico.

“Si è, se si cambia”, diceva Giussani; ecco l’essenza del Cristianesimo, l’avvenimento di una Presenza che trasforma la vita di chi crede in lui, accogliendo l’invito missionario: “andate, predicate!” (Mc. 16,15).

Evangelizzare significa portare ad altri la Buona Notizia, che è Gesù Cristo: più si è conquistati da Lui, più si desidera condurre gli altri a Lui. Si può pensare, e talvolta è una tentazione frequente nei cristiani, che il compito di evangelizzare sia una peculiarità di qualche membro della Chiesa, che “questo è impegno di alcuni e non è affatto obbligo mio, ma tutto ciò è anticristiano” (Lacordaire, Sermon Redemption, 1850).

La Chiesa è, come si ricorda nel Credo, “apostolica”: ogni cristiano “è apostolico, perché gli è stata data una luce che egli deve effondere” (ibidem).

“A guardare il cielo”: essi “stavano fissando il cielo” (At 1,9-10), poiché accompagnavano con lo sguardo Gesù Cristo, che veniva sollevato in alto.

Non è una perdita, ma lo schiudersi di un orizzonte d’arrivo: l’uomo, nel suo intimo, “desidera”, cerca le stelle; ora la meta è il cielo, una forza di gravità nuova attira la debole carne verso l’alto.

Ecco la vittoria, in cui l’umanità è portata, in Cristo, al di sopra degli angeli, mentre, con le parole di Giovanni di Fécamp, ognuno può affermare: “il Signore non è sprovvisto di tenerezza fino al punto di dimenticare l’uomo e di non ricordarsi più di colui che porta in se stesso. Come potrebbe non ricercare me, per colpa di quella natura umana che egli ha preso su di sé? Proprio in Lui, già sediamo nelle dimore celesti” (Confessio theologica, 6).

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