Commento al Vangelo di domenica 2 maggio

V DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)

Chi rimane in me ed io in lui porta molto frutto

(Elisa Moro)

“Io sono la vite, voi i tralci” (Gv. 15, 5). La pagina di Vangelo si apre con un’altra immagine di Gesù: dopo il “buon pastore”, ora si presenta come la stessa vite (Gv. 15, 1-8), a cui sono attaccati i tralci.

Nella Scrittura, Israele è spesso paragonato ad una vigna piantata e curata da Dio (Os. 10; Is. 5), spesso incapace di portare quel frutto che “allieta il cuore dell’uomo” (Sal. 104, 15).
Con la Risurrezione, Cristo “dice di se stesso di essere la vite, la madre e la nutrice dei tralci che da essa spuntano” (Cirillo di Alessandria, Giov, 10, 2).

Ecco un primo aspetto su cui riflettere: il profondo legame tra la vite e i tralci. È un’appartenenza radicale, non simbolica, quella di Cristo, “quasi in senso biologico, pienamente vitale” (Benedetto XVI, 22/09/2011). Questo legame speciale, materno, unico, che unisce i credenti e ciascun credente a Cristo, è la Chiesa, “comunità di vita, fondata nel Battesimo e approfondita nell’Eucaristia” (ibidem). Quanto oggi si percepisce come esistenziale questo legame con la Chiesa? Molto spesso si tende a sottolineare l’aspetto esteriore della Chiesa, designandola come un’organizzazione sociale, spesso “non senza ombre o zizzania, con grave tristezza dei fedeli” (Agostino, Ep. 78, 6), che non permette lo schiudersi del mistero di Cristo.

La Chiesa è invece “sacramento universale di salvezza” (LG 46), continuamente irrorata dalla linfa della vite, che è il Prezioso Sangue; essa è chiamata a “rafforzare la fede donandola” (R. Missio, n°2), a testimoniare: “è missionaria per natura sua” (n. 62) e questo non a parole, ma nella quotidianità, nei gesti di vita di ogni credente.

“Portare frutto, rimanere in Lui” (v. 4). Il Signore pone ogni battezzato di fronte a questa scelta: chi si distacca dalla vite, da Cristo, è consegnato al fuoco.

“Rimanere”: è la chiave di volta dell’intero brano. Nell’attualità, caratterizzata dall’emergere di un atteggiamento mondano, sempre più radicato anche nell’ambito ecclesiale, e da un senso di inquietudine verso il futuro, il Risorto è il sostegno ai fragili tralci. In Cristo e solo rimanendo in Lui c’è linfa viva, che porta ad un frutto maturo, la santità; dunque “amiamo il Signore, amiamo la sua” (e nostra) “Chiesa! Amiamo la Chiesa come madre” (Agostino, Ep. 88, 2); onoriamo colei che ci ha generati, e che ogni giorno, attraverso la testimonianza di tanti laici, “annuncia la notizia nuova e apportatrice di gioia, Gesù Cristo stesso” (Christifideles Laici, 1988, 7).

(Gv 15,1-8) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

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