Commento al Vangelo di domenica 20 giugno

Chi è costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?

(Elisa Moro)

“Maestro, non t’importa che noi moriamo? … Non avete fede?” (Mc. 4, 38. 40). La forza del Signore, la Sua regalità sul creato, placa la tempesta sul lago di Genesaret: un segno grandioso, che l’evangelista Marco propone in questa domenica, e che, da sempre, è stato riletto come “immagine della costante presenza di Cristo nella barca della Chiesa, esposta alla furia dei venti” (Giovanni Paolo II, 02/12/1987), scossa nella sua fragilità, come viene raffigurata, realisticamente, da Rembrandt, nel famoso dipinto “Cristo nella tempesta sul mare di Galilea”.

“Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva” (v. 38): il Gesù dormiente rimanda alla storia del profeta Giona, che, durante una tempesta, era “sceso nel luogo più in basso della nave, si era
coricato e dormiva profondamente” (Giona 1, 5); è l’immagine dell’uomo che ripone totale fiducia in Dio, al punto da affermare: “In pace mi corico e subito mi addormento: tu solo al sicuro mi fai riposare” (Sal. 4, 9).

Vi è però un significato più attuale e concreto: Cristo è assopito perché, in molti casi, la fede dei credenti si è intorpidita, come addormentata, di fronte all’annuncio della Parola, ma anche davanti alle tempeste dell’anima. Di fronte alle agitazioni, individuali e sociali, che sconvolgono l’esistenza, bisogna “risvegliare Cristo, è necessario scuotere la fede” (Agostino, Comm. Giov. 49, 19); non si può rimanere testimoni passivi della realtà storica, è essenziale vivere pienamente in Cristo tutta la vita, nella totale semplicità e concretezza della quotidianità.

“Perché siete così paurosi?” Il Signore pone anche oggi questa domanda, per testare la fede di ogni credente e provarla nella sua robustezza, di fronte ai tanti turbamenti, che si susseguono in ogni epoca, e che sembrano dimostrare una “disattenzione” di Dio verso l’uomo. Il Signore, come scriveva il grande teologo Romano Guardini, “è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere”, dimorando nel cuore di ogni credente.

“Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio attraverso la lontananza e la vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova” (Accettare se stessi, 71).

La paura, il mare della tempesta, tutto perde la sua gravità, se si lascia parlare nel cuore il Signore, che vi dimora, e che guida l’intera esistenza, come una “lampada che rischiara il cammino” (Sal. 118, 105).

(Mc 4,35-4) In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Esegui l'accesso per Commentare