Commento al Vangelo di domenica 22 novembre

Siederà sul trono della sua gloria e separerà gli uni dagli altri.

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

(Elisa Moro)

La stupenda scena evangelica, conclusiva dell’anno liturgico, presenta l’immagine matteana del giudizio “universale”, del momento in cui Dio “giudicherà il mondo con giustizia e i popoli con rettitudine” (Sal. 97, 9) e “resurget creatura, iudicanti responsura” (risorgerà ogni creatura, per rispondere al giudice), come canta l’antica sequenza del Dies Irae.
Cristo, giudice sovrano, “in quel tempo” (Mt. 25, 31), collocato non in un’epoca immaginaria futura, ma nella reale attualità degli eventi, siede sul trono della sua gloria, essendo “il capo del corpo, cioè della Chiesa” (Col. 1, 18).

Il senso della Solennità di Cristo Re, istituita da Papa Pio XI nel 1925, con l’enciclica “Quas Primas”, può allora essere ricompreso nel cogliere in ogni istante il segreto dell’amore rivolto all’altro, nel donarsi al fratello nel quotidiano, immergendosi con maggiore intensità nel mistero del Verbo incarnato, come “Re dei cuori, per quella sua carità che sorpassa ogni comprensione umana” (Quas primas, 1).

È lo svelarsi del criterio del giudizio di questo Re: “alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore” (San Giovanni della Croce, Opere, p. 1091) rivolto ai più piccoli, attraverso segni
concreti: “ho avuto fame, sete; ero forestiero, nudo, malato, carcerato” (Mt. 25, 35-36), poiché “la carità è la pienezza della legge” (Rm. 13, 10).

Papa Benedetto XVI, in Deus Caritas est, evidenzia che, alla luce del brano evangelico di Matteo, “l’amore diviene il criterio di una vita umana”e la capacità di vedere con gli occhi di Cristo porta non solo a “consegnare all’altro le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo d’amore di cui egli ha bisogno” (Deus Caritas est, 15-18).

Solo nel contatto con Cristo, “punto focale dei desideri della storia” (Gaudium et Spes, 45), Re che ricapitola “in sé tutte le cose” (Ef. 1, 10) e che “in aris ábderis vini dapisque imàgine” (“sugli altari si tiene nascosto nelle sembianze di pane e vino” – come canta l’inno dei Vespri), l’uomo si apre alla missione, non si chiude all’egoismo, ma rende la sua vita un continuo “canto nuovo”.

Proprio nel canto c’è l’espressione e la sintesi perfetta dell’amore vissuto e donato: “cantare è di chi ama”; cantare porta a camminare, a percorrere passi: “canta e cammina, se progredisci è segno che cammini nella santità” (Sant’Agostino, Discorsi 336, 256), verso il Re della gloria.

(Mt 25,31-46) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

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